Dopo il grande successo ottenuto in occasione dell’apertura della nuova sede milanese, la mostra Keith Haring, curata da Luca Beatrice, continua – notevolmente ampliata – nel grande spazio padovano della Vecchiato Art Galleries (fino al 30 Dicembre 2009). Attraverso una ventina di opere fino a 3 metri di grandezza (alcune realizzate a quattro mani con Little Angel Ortiz), realizzate tra il 1981 e il 1988, l’esposizione illustra le principali tappe della meteoritica carriera dell’artista newyorchese. I lavori in rassegna rappresentano il coloratissimo, primitivo e simbolico universo visivo di Keith Haring, per il quale non esiste una tecnica o un supporto “classico”; Haring realizza i suoi lavori utilizzando tutti i tipi di materiali o supporti: dal legno al ferro, dal cartone all’alluminio, sui quali interviene con smalto, acrilico, pennarello, gesso o quant’altro incontri sulla sua strada. Luca Beatrice commenta: “la sua arte per tutti”, come lui stesso amava precisare, si è andata definendo universalmente in segni che hanno trovato nelle più svariate forme – da un mini supporto in legno o metallo alla parete di una chiesa – lo spazio per una espressività senza eguali. Che si trattasse di cartone, polistirolo o alluminio, o che il suo strumento fosse un enorme pennello, un’incisione, o una pittura acrilica, gli omini stilizzati di Haring vivono nell’immaginario collettivo come ironico e giocoso messaggio di derisione al perbenismo imperante della società occidentale”.
Tale libertà espressiva prende efficacemente forma nell’esposizione alla Vecchiato Art Galleries in cui si ammirano, tra gli altri: Untitled del 1986, acquaforte su carta rappresentante una testa di Medusa moderna che accosta così mito e contemporaneità; la splendida scultura King and Queen del 1987/88 in smalto su acciaio; Untitled (Wood Relief), opera del 1983 in legno intagliato e dipinto dalle forme e dai colori primordiali; Untitled (BurningSkull), maschera in alluminio del 1987 che ancora una volta riporta ad un’estetica ancestrale. Haring, oltre che artista, è stato anche un attivista sociale e il suo lavoro riflette pienamente lo spirito della generazione Pop e della cultura urbana della New York – New Wave anni ’80. Nato in Pennsilvanya nel ’58, fin da bambino crea piccoli disegni ispirandosi ai fumetti e ai cartoni animati. Dopo la Ivy School of Art di Pittsburgh, dove realizza le prime serigrafie e magliette, continua gli studi alla New York School of Visual Arts durante il biennio 1978-’79. Lì conosce Keith Sonnier e Joseph Kosuth che lo aiutano a formarsi come artista concettuale dopo le sperimentazioni con la forma e il colore. Se oggi le barriere tra arte, musica, moda e pubblicità sono quasi inesistenti, lo dobbiamo anche al suo lavoro, in cui è riuscito a coniugare e fondere le diverse discipline. L’iconografia di Keith Haring è un mix di elementi sessuali, dischi volanti, persone, cani, animali che danzano, ballano e saltano; nel tempo si aggiungono figure che corrono, bebè a 4 zampe, ecc..
Dall’82-’83 fanno la comparsa elementi architettonici e tecnologici come piramidi, templi, telefoni e tv fino a centrali nucleari. Arriva così a toccare temi scabrosi come il potere o la paura della tecnologia, che riflettono la sua inquetudine morale. Il supporto pittorico utilizzato è vario e facilmente accessibile: carta, fibra di vetro, tela, pezzi di acciaio smaltato, magliette, polistirolo, porte, finestre, vetri, vasi. E le sue influenze sono tante quante i supporti: dall’arte eschimese a quella africana ai Maya e agli aborigeni, così come la calligrafia cinese, gli all-over di Alechinsky e Mark Tobey a partire dai quali ha creato il caratteristico stile semi-astratto, una specie di New Wave azteca che ricorda pure Pollock e Penck. Grosse linee nere incorniciano le composizioni dominate dall’horror vacui, la paura del vuoto, e vibrano di un’energia irresitibile. Il suo stile contiene i caratteri di una generazione Pop, mescolati con la cultura sub-urbana dell’East Village di Manhattan; l’obiettivo dell’artista è sempre quello di creare le “cose” nel modo più semplice possibile. Nell’84 Haring dichiara: “L’Arte vive attraverso l’immaginazione delle persone che la guardano. Senza questo contatto, l’arte non esiste. Ho dato a me stesso il lavoro di essere un produttore di immagini del ventesimo secolo e ogni giorno cerco di capire le responsabilità e le implicazioni che questa scelta comporta. E’ diventato chiaro per me che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi, ma essa esiste per tutti noi, ed è questo che continuerò a perseguire”, dice Haring nell’84.





