In un momento come questo, in cui la maggior parte del mondo che decide, sostiene l’inevitabilità della guerra, sono pochi coloro che riescono a parlare di pace senza cadere nella retorica (d’altra parte tutti mandano eserciti in “missione di pace”, no?). Abbiamo assistito anche allo spettacolo penoso di chi sarebbe tenuto a parlare di pace per “statuto” della propria ideologia (e per carità, quando conviene, lo fa comunque), ed è riuscito a legittimare l’azione armata, sulla base di una serie di principi che francamente non posso condividere.
Non potendo influire se non in modo infinitesimale sulle scelte di questa presunta “civiltà” dentro cui mi trovo per motivi geografici, mi permetto comunque di sostenere, nei modi che mi sono consentiti, chi non fa compromessi con i propri principi e propone una via concreta alla pace. Anche quando tutti urlano in preda ai difetti mentali e perdono di vista l’orizzonte.
L’unica voce autorevole che non ha perso in chiarezza mi pare sia stata quella di Sua Santità il Dalai Lama, che all’indomani dei fatti dell’11 settembre non ha mancato di scrivere al presidente degli Stati Uniti per presentare le proprie condoglianze, ma anche per ricordare alla Grande Potenza di non utilizzare il proprio potere per una rappresaglia e di considerare tutte le strade possibili (il testo originale si può leggere qui: The Dalai Lama’s letter to the President of the United States of America). Cosa che “naturalmente” un Impero (in piena decadenza morale) non può permettersi di fare. Soprattutto un impero che fonda il suo potere (essenzialmente di carattere economico) sulla massa infinita di oscurazioni e difetti mentali dei suoi sudditi.
La voce del Dalai Lama è stata chiara, univoca, ha ribadito le sue posizioni in più di un’occasione. Quasi a riprova del potere dell’Impero, e della ottenebrazione in cui si trovano i suoi sudditi, di queste opinioni improntate alla saggezza non si è avuta notizia dai nostri magnifici organi di informazione. Che a questo punto non si dovrebbe più esitare a definire “organi di propaganda”, totalmente asserviti alle due logiche fondamentali dell’Impero: il desiderio di vendetta che viene definita “giustizia infinita” (la denominazione è poi stata corretta, perché poteva venire a costare un po’ troppo) da parte delle istituzioni, e la sete di sangue delle menti incontrollate, ovvero l’uomo-massa, per usare un termine in po’ in disuso.
Sua Santità ha avuto modo di presentare la sua posizione il 24 ottobre in un discorso a Strasburgo (lo potete leggere qui: Speech of His Holiness the Dalai Lama to the European Parliament) davanti al Parlamento Europeo riunito in seduta plenaria, per la prima volta nella storia. L’iniziativa è stata promossa dall’Intergruppo per il Tibet dell’Europarlamento, di cui fa parte anche Reinhold Messner. Sono tutt’altro che stupito della totale disattenzione da parte dei nostri organi di stampa. Ovviamente si esaltano le voci fuori dal coro solo quando fa comodo, con pura retorica. Devo però riconoscere che almeno Guido Ceronetti, da una colonna in prima pagina della Stampa (28 ottobre 2001, “Applaudire è un rito, bisognerebbe farlo di rado”), ha annotato il senso del discorso del Dalai Lama a Strasburgo. Forse un modo per riparare alla sbandata che prese in un’altra occasione, qualche anno fa, attribuendo a Sua Santità opinioni che non ha mai avuto (a proposito delle bombe atomiche indiane).
In quell’occasione, il Dalai Lama ha ulteriormente invitato gli Stati Uniti, che avevano già riversato sulle immense pietraie dell’Afghanistan e suoi abitanti l’equivalente di chissà quanti ospedali sotto forma di missili e bombe (e qualche aiuto “umanitario”). Queste parole si possono leggere qui: Dalai Lama Urges U.S. to Talk, Not Bomb.
Sebbene si possa essere facilmente fatalisti anche ragionando da una prospettiva “orientale” (ad esempio, ci troviamo nel Kali Yuga, ci stiamo avvicinando a un passaggio di ere cosmiche, e così via), continuo a pensare che si possa fare qualcosa per non aggiungere elementi negativi a questa esistenza. Anche solo nella nostra sfera personale, anche solo non approvando soluzioni violente, anche solo non giustificando tutti coloro che ritengono di poter affermare i propri diritti urlando più forte degli altri o più velocemente calpestandoli.






Sarebbe troppo facile partire da Duchamp per stabilire il confine naturale fra Arte e Dekadenza; io invece, voglio tralasciare il periodo storico con la sua fase di rottura, per iniziare un serio confronto tra ARTE CONTEMPORANEA e DEKADENZA magari partendo da Manzoni e quindi dalla sua MERDA d’artista. Io credo, che la provocazione non abbia nulla a che vedere con l’ARTE; l’arte ha in se i connotati della nobiltà espressiva; l’Arte deve sorprendere; l’arte deve essere capace di far sognare e saper metterci in contatto con il nostro vissuto. L’Arte deve essere esaltazione del bello anche attraverso una visione meno romantica e più contemporanea.Quindi, la provocazione e l’uso di metodologie,di materiali e della stessa violenza gratuita non possono passare per metafore attraverso le quali porre l’accento sui drammi del quotidiano; l’uso smodato della provocazione ha reso l’arte un vero e proprio abbruttimento della sua essenza originaria. Basta girare per gallerie più o meno contemporanee per avvertire l’imbarbarimento e l’assenza di un’etica a garanzia degli artisti ed anche dei fruitori. Io sono convinto della necessità di dover ripartire dal principio e fissare oggettivamente un limite dentro al quale ogni manifestazione artistica è degna di questo appellativo. E’ troppo facile produrre violenza od immagini che si riferiscono ad essa per conseguire l’attenzione del pubblico, quella della critrica e quella dei galleristi. Di questo passo, ciascuno potrà offrire il meglio della propria perversione per autodefinirsi “ARTISTA”. Facciamo tutti un passo indietro ed immaginiamo insieme un rinascimento fatto di cose belle, frutto della fantasia, della genialità e della creatività di pochi veri artisti e non l’ammucchiata che si è generata che ha portato disorientamento e distacco del pubblico dalla scena dell’arte.Basta con il patume di certe biennali e non, torniamo alla casa madre ed incominciamo a mettere in scena la voce dell’artista senza dogmi e senza mediazioni. Si può essere contemporanei senza per forza dover sguazzare nella merda, nel sangue o nei feticci/persone diversamente abili e farne bandiere che nulla hanno a che fare con la solidarietà ed il rispetto.Basta! non ne possiamo proprio più delle stronzate d’artista.