Dipinti dall’impatto visivo ed emotivo deflagrante, tele per lo più di grandi dimensioni e una perizia tecnica di prim’ordine sono il ‘biglietto da visita’ di uno dei più sorprendenti artisti della nuova generazione. Stiamo parlando di Giovanni Gasparro: originario di Adelfia, in provincia di Bari (città in cui è nato), appena ventiquattrenne ma dotato di un talento che promette seriamente di proiettarlo sulla scena artistica internazionale. Laureatosi col massimo dei voti all’Accademia de Belle Arti di Roma, dove ha studiato pittura nel corso dell’artista Giuseppe Modica, Gasparro non è ancora adeguatamente conosciuto in Puglia, almeno dal più ampio pubblico dei fruitori d’arte, sebbene abbia già esposto in alcune mostre collettive a Bari e Lecce e nel frattempo si stia guadagnando la scena nazionale tra il plauso della critica più qualificata. Ha infatti esposto a Roma, Bologna, Reggio Emilia e Pistoia, spesso ottenendo importanti riconoscimenti. La sua Galleria di riferimento è ‘Russo’ a Roma, nei pressi di Piazza di Spagna, e inoltre proprio in questi giorni (fino al 29 giugno) è in corso presso l’Abbazia cistercense di Fiastra, in provincia di Macerata, una mostra dal titolo “Olio su tavola. Fisionomie dell’arte culinaria nella pittura dal XVII al XXI secolo”, che lo vede ospite con l’opera ‘Ultima Cena’, unica selezionata per rappresentare il XXI secolo, accanto a Maestri del passato come Strozzi, Morbelli, Casorati, De Pisis e Guttuso. L’opera esposta da Gasparro è un dipinto di rara forza evocativa che trova il suo apice nel rivolo di vino-sangue che fluisce da un calice riverso su una tavola ormai deserta: straordinario l’uso della luce e del colore in un lavoro che all’estrema resa dei dettagli unisce una soffusa atmosfera di sospensione, carica di oscuri presagi. Un’opera che ha avuto già il suo battesimo massmediatico comparendo in ‘Saturno contro’ film di successo della scorsa stagione cinematografica, del regista Ferzan Ozpetek.
Questo dipinto del 2005 è però soltanto un esempio di una serie di straordinari olii su tela tra i quali spiccano in particolare quelli che hanno come protagonista la figura umana: opere come ad es. ‘Al limite’ (2006), ‘L’ostaggio – Trittico dell’autocontrollo’ (2008), ‘Il matto affogato’ (2008), colpiscono e sconcertano l’osservatore per l’irrompere di una corporeità a tratti pervasiva, poiché il corpo vi appare non solo rappresentato in modo estremamente realistico, ma altresì sottoposto ad un processo di ‘moltiplicazione’ che assume diverse valenze: ad una prima impressione pare finalizzato a fissarne il movimento nel trascorrere degli attimi e in una sorta di trasposizione pittorica delle cronofotografie d’epoca di Muybridge, che mettono in rapporto attraverso la successione delle riprese i diversi momenti di un’immagine in moto (tema a suo modo affrontato anche in pittura dal Futurismo storico). In alcuni casi Gasparro vi associa con virtuosismo anche l’effetto che in fotografia si definisce ‘mosso creativo’, quella sorta di ‘scia’ utilizzata ad arte per enfatizzare l’idea del movimento. Al tempo stesso però le sue figure paiono esprimere attraverso ogni singola postura soprattutto l’evolversi di uno stato d’animo del soggetto, oppure la convivenza in uno stesso soggetto di molteplici ‘personalità’, e in alcuni casi lo sdoppiamento tra corpo materiale e ‘corpo’ spirituale. Pur nel rispetto del naturalismo delle forme i corpi, per lo più nudi ma apparentemente scevri da intenzioni sessuali, acquistano quindi un aspetto chimerico, nel moltiplicarsi di teste, volti e arti, il tutto unito ad un denso nucleo di significati e rimandi di ordine psicologico e introspettivo tutt’altro che lineare, conferendo all’insieme una ipnotica potenza visionaria.
Sebbene quindi si inserisca in quella temperie dell’arte contemporanea volta ad un recupero di valori estetici in grado di riproporre forme immediatamente riconoscibili, talora esplicitamente recuperando certe radici tecnico-formali della tradizione storica, sarebbe semplicistico parlare per la pittura di Gasparro di realismo ‘tout court’. Essa pare risentire soprattutto di influssi che riportano ‘latu sensu’ al Realismo Magico, come suggeriscono una certa assenza di temporalità (se non quella strettamente soggettiva delle figure rappresentate), ambientazioni atipiche, visioni a volte distorte, sospese o attonite della realtà. Ciò è percepibile anche nel genere più ‘tradizionale’ del ritratto. Ma più in generale sono ravvisabili suggestioni di quegli artisti del realismo novecentesco più inclini alla spietata introspezione psicologica, peraltro metabolizzate da Gasparro con grande originalità insieme ad una vasta conoscenza degli autori più antichi. Inoltre la sua pittura si contraddistingue per un senso profondamente personale del movimento, caratterizzato da una espressività drammatica e sensibile che conferisce alle immagini una estrema tensione.
Osservando le sue tele, vengono in mente assonanze con i dipinti ad es. del pittore Paul Cadmus, esponente del realismo magico americano, e con quelli dell’anglo-tedesco Lucien Freud, soprattutto in relazione alla centralità del corpo nudo, all’uso dominante di alcuni colori, al peso che la personalità dei soggetti rappresentati, quasi vivisezionata, viene ad assumere. A differenza però di Freud, nel quale i corpi, riflesso essi stessi della dolorosa condizione umana, sono ritratti in pose per lo più di languido abbandono, nelle tele sinora realizzate da Gasparro essi sono invece spesso colti con grande dinamismo nell’atto di ingaggiare una dura lotta con le oscure forze dell’inconscio che li scuote come alberi al vento. L’esito finale di questo conflitto o altri suoi risvolti ce li racconteranno soltanto le opere future di un artista ancora troppo giovane per mettere un punto definitivo alla sua poetica. Al momento essa, alimentata anche dai molteplici interessi di carattere filosofico, religioso e letterario dell’artista, pare incentrarsi soprattutto intorno al tema del conflitto tra l’identità più profonda dell’individuo, il suo impulso ad elevarsi e ciò che l’ambiente sociale gli vorrebbe imporre di essere, come sembra ravvisarsi in opere quali ‘L’ostaggio’ e ‘Al limite’.
D’altro canto non manca anche una ricerca di ordine spirituale che si esprime in quadri a soggetto sacro come “Elì, Elì, lemà sabactani’ (2005), “San Vittoriano” (2004) o lo studio a pastelli su carta “Compianto sul Cristo morto” (2005), o la stessa “Ultima Cena”. Una religiosità che pare volta a cogliere più che altro la tragedia umana del Cristo, con una drammaticità che ricorda certe manifestazioni di cui rimane traccia nell’arte barocca meridionale, anche se stilisticamente s’avvertono influssi ottocenteschi. Ma lasciamo che sia lo stesso Gasparro a fornirci altri indizi che ci consentano di penetrare nel suo universo artistico.
Giovanni Gasparro se dovesse dare una definizione della sua arte pittorica, cosa direbbe?
Direi che con la mia pittura cerco di innescare quel processo creativo che partendo dalla piena e matura conoscenza della storia e delle tecniche dei secoli precedenti, sviluppa linguaggi e riferimenti “narrativi” o simbolici inerenti al vivere ed alla sensibilità contemporanea.
Lei ha dichiarato che, a parte gli inevitabili raffronti con autori del realismo novecentesco, individua alcuni sommi geni di riferimento nella pittura del XIX secolo, soprattutto per quanto concerne la sua idea di movimento del corpo come espressione di ‘moto interiore’. A chi allude in particolare?
Cosciente dell’opera censoria e del vituperio per anni perpetuato ai danni di veri geni dell’arte nostrana del XIX secolo, anche da storici illuminati come Argan, decisi di approfondire la conoscenza diretta di certa pittura ottocentesca, ritenuta marginale rispetto alle ventate innovative d’oltralpe. La mia attenzione si è accanita in modo viscerale su alcuni autori italiani come il grande napoletano Domenico Morelli o Antonio Mancini. Ammetto di essere fortemente proteso verso una pittura violenta ed aspra, carica di forza espressiva data dalla corposità materica, ed in questo Mancini è insuperabile. Durante i miei viaggi ho cercato sempre di indagare il mio interesse per questi due autori, scoprendone analogie espressive con maestri antichi fondamentali per la mia ricerca creativa: in primis Van Dyck, genio fiammingo del XVII secolo, sul quale ho sviluppato uno studio monografico per la mia tesi di laurea. Il riferimento immediato è anche tra gli altri a Velazquez, Frans Hals, Gainsborough, Gaspare Traversi, Courbet, Cagnacci, Guercino, Delacroix e Rembrandt, compresi molti autori del ‘900 o contemporanei. Quanto al moto del corpo in senso pre-futuristico, trovo che un pittore come Boldini, abbia superato l’etichetta di pittore della Belle Epoque impostagli da certa critica blasè, anticipando in modo geniale l’avanguardia del novecento di Boccioni e Balla. La mia pittura ha anche echi non lontani da questi artisti che hanno espresso sulla tela l’essenza del movimento corporeo, che nella mia pittura diviene espressione di un connotato interiore altro, pur veicolato sempre attraverso le torsioni muscolari.
Francis Bacon, giustificava tra l’altro le alterazioni a cui sottoponeva le sue figure, sostenendo che “non c’è tensione in un quadro se non c’è lotta con l’oggetto”. Considerando alcune sue figure umane sottoposte a forti torsioni muscolari, espressione corporea di un loro evidente disagio interiore, si direbbe che anche lei condivida questa idea…
Assolutamente. Bacon è assurto notoriamente ad emblema del disagio del vivere del secondo ‘900. Nella mia pittura le figure sono espressione di una condizione universale ricercata nell’individualità di una singola figura che è riproposta in modo febbrile nella medesima composizione. Mi interessa l’antinomia bestiale di cui è carica la nostra umanità e la propensione alla salvezza spirituale. Il corpo diviene strumento espressivo, ed il processo creativo permette di traslare con i pigmenti, non più la realtà, come è stato fino al primo ‘900, ma l’espressione di una possibile realtà, non necessariamente oggettiva, di cui l’autore diviene artefice e profeta. L’epifania dell’interiorità, per il mio modo di concepire la pittura, deve ritrovare nella figurazione il suo naturale anelito alla verità estetica.
Riguardo all’ aspetto tecnico della sua pittura, che ruolo attribuisce al disegno?
La mia arte è fortemente cromatica e non insegue l’idealità. Pertanto il disegno, pur rimanendo una componente fondamentale per l’espressione figurativa, non deve prevaricare le componenti “istintive” del gesto pittorico, ma cercare con esso un connubio propedeutico alla realizzazione dell’idea primigenia.
L’artista, le cui sole opere dovrebbero contare per il resto del mondo, spesso si trova ad essere stigmatizzato per la sua vita considerata ‘fuori dagli schemi’ da chi vive la normalità come sinonimo di ‘mediocrità. Pensi all’indimenticabile figura di Tonio Kroeger del racconto di Thomas Mann: giovane pressato tra un ambiente borghese ottuso e un autentico anelito all’arte. Per lei com’è stato il percorso di affermazione come artista?
Premetto che Tonio Kroeger costituisce, per la mia sensibilità, l’opera letteraria più attraente, in senso intimistico, che abbia letto.
Come Tonio Kroeger lo scontro con una società radicata saldamente ai valori borghesi ed effimeri del successo, del denaro, dell’apparenza, rischia di porre l’artista in una condizione elitaria del pensiero intellettuale, distogliendolo contemporaneamente dalla sua “missione taumaturgica”. Dipingendo prevalentemente la figura umana in tutte le sue età e soggettività come manifestazione probabile di un mio alter ego, sono costantemente alla ricerca di fisicità interessanti. Spesso nell’ipocrisia gretta delle persone sprovviste di cultura, sensibilità e buon gusto, questo viene tacciato come una sottile e sottesa forma di “stranezza”, che la mediocrità misura con il proprio metro di giudizio. Sempre Mann ne ‘La morte a Venezia’ scrisse: “È’ certamente un bene che il mondo conosca solo l’opera insigne e non anche le sue origini, le circostanze da cui è nata; poiché la conoscenza delle fonti dalle quali scaturisce l’ispirazione dell’artista, potrebbe turbare, spaventare e con ciò annullare la sua grandezza”. Comunque non ho trovato un corpo definitivo da rappresentare, perché ho l’urgenza di smascherare la natura dell’umano che è fortemente diversificata. Per questo dipingo una nudità ostentata che ha un forte impatto emotivo sui fruitori.
La sua arte, com’è evidente e giusto che sia, si fonda su quello che lei stesso con espressione sintetica ha definito “un interesse verso la cultura e la vita in tutte le sue forme”: a tal proposito le chiederei come valuta la realtà culturale in Puglia…
Nonostante l’attaccamento alla mia terra d’origine, il contatto culturale con altre realtà mi porta ad essere fortemente critico nei confronti del “sistema cultura” in Puglia, prevalentemente nei confronti della città di Bari che possiede un potenziale altissimo di innovazione e valorizzazione del patrimonio esistente. Bari è una città che ha dimostrato il suo scarso attaccamento alla cultura con teatri chiusi per decenni o il Museo Archeologico chiuso per troppo tempo in attesa di trasloco, per non parlare della pessima gestione delle risorse turistiche, le politiche culturali giovanili, le maggiori librerie sprovviste di testi fondamentali, l’assenza di mostre di respiro internazionale come nelle altre realtà provinciali italiane, come Brescia, Forlì, Ravenna o Padova. Bari è umiliata dalla stessa Barletta dopo la riapertura della Pinacoteca De Nittis che con mostre di punta ha catalizzato un pubblico vastissimo. La Pinacoteca Provinciale Giaquinto è ancora in attesa di una sede degna della sua collezione. Quanti sanno che a Bari ci sono opere di grandi Maestri dal ‘400 al ‘700, e la straordinarie collezioni Greco con il glorioso Ottocento italiano? Solo la mostra su San Nicola è stata degna di nota nel panorama nazionale. Auspicherei per il futuro mostre monografiche sui pittori pugliesi che si sono distinti in Italia e all’estero, troppo poco considerati da noi. Mi riferisco al pittore di Galatina Gioacchino Toma, al foggiano Saverio Altamura, a Francesco Netti di Santeramo in Colle. Considerando quanto fatto in pochi anni a Barletta, nutro buone speranze di riscatto.
Che spazio hanno la musica e la letteratura nella sua vita e quali autori preferisce?
L’arte in tutte le sue forme è la controprova di una forza positiva insita nell’uomo, di un tentativo di anelare ad un’armonia superiore. La pittura come tutte le altre forme d’arte, costituisce per me la principale forza di sostentamento. È la mia ragion d’essere. È sempre complicato porre dei limiti agli autori da citare, nella misura in cui molti costituiscono motivo di interesse ed ammirazione. Dovendo restringere il campo, farei i nomi di Mann, Maupassant, Wilde, Shakespeare, Hardy, Goethe come letterati, e Schumann, Schubert, Beethoven, Rachmaninov, Puccini, Mahler, Mozart, Brahms, Shostakovich, Orff, Chopin come musicisti. Ma anche il cinema mi interessa, ed allora penso a Winterbottom, Greenaway, Visconti, Pasolini, Minghella, Forman, Campion e Jarman.
Tra le sue opere ve ne sono alcune a tematica sacra, nelle quali il soggetto si tinge di toni fortemente drammatici. Che rapporto ha con la dimensione spirituale dell’esistenza?
Le suggestioni creative delle mie più recenti opere, hanno forti attinenze con la dimensione del sacro. La prerogativa dell’arte “religiosa” non sempre è stata quella di esprimere un sentimento votivo dell’autore, poiché spesso la scelta dei soggetti era imposta dai committenti. Il mio avvicinamento alla tematica sacra, spesso riferibile alla vita di Gesù e quindi di ascendenza evangelica, è dettato invece da una profonda fede. Questo nel panorama contemporaneo è fortemente anomalo. Di recente riflettevo sulla vicinanza del mio sentimento artistico-religioso rispetto a quello di Michelangelo. Le pietà ed il Mosè dell’aretino (opere da me studiate in modo spasmodico perché ho avuto la fortuna di vivere a Roma per quasi cinque anni), hanno in qualche modo delle attinenze con la mia pittura. Lo stesso vale per ‘La Maddalena’ lignea di Donatello e quella invetriata di Andrea Della Robbia, o per il poderoso compianto su Cristo morto di Niccolò dell’Arca, il genio della scultura del ‘400, come me barese di nascita, ma prolifico nella più attenta Bologna, o ancora Carlo Crivelli.
Il suo dipinto ‘Ultima Cena’ parrebbe ascrivibile al gruppo di opere d’argomento ‘sacro’ nonostante l’assenza di figure…
L’Ultima cena, opera ormai paradigmatica della mia pittura (in cui molti hanno visto un dialogo atemporale con la ‘Colazione in giardino’ dell’illustre conterraneo De Nittis), è un dipinto di ispirazione sacra, in cui le componenti iconografiche tradizionali vengono sovvertite da un simbolismo metafisico, creato da una tavola a cui non siede alcun personaggio. I tredici bicchieri alludono ai dodici apostoli e Gesù, come il pane spezzato ed il vino al Corpo e al Sangue del Nazareno. La simbologia è perpetuata anche nel particolare del vino inteso come sangue versato sul coltello, rimandando prepotentemente alla figura di Giuda, nel posto che iconograficamente è destinato alla figura del traditore. L’aspetto spiazzante che hanno registrato i fruitori più attenti, è stato il riconoscimento di queste analogie, in verità evocate dal titolo dell’opera, senza ritrovarvi una ricerca mimetica e filologica nella rappresentazione di questo tema. Questa rivoluzione formale in un soggetto tanto tradizionale, avrà contribuito a far scegliere quest’opera per il film ‘Saturno contro’ di Ferzan Ozpetek, come per la mostra all’Abbadia di Fiastra.
Durante i suoi studi, il suo maestro Giuseppe Modica ha avuto parole di grande apprezzamento per il suo intendere “l’opera pittorica come la configurazione lenta e sedimentata di un pensiero visivo d’ordine concettuale-esistenziale, che investe la sfera della realtà, della memoria e dell’immaginazione”. Dopo un esordio così brillante, ci sono stati giudizi di critici che le hanno fatto particolarmente piacere?
Attualmente, a solo poco più di un anno dal conseguimento della laurea, il riconoscimento entusiastico di critici come Paolo Serafini, Alberto Agazzani, Evio Hermas Ercoli, Philippe Daverio, Nunzio Giustozzi, nonché il geniale scrittore italiano Aldo Busi, non può che inorgoglirmi, soprattutto constatando il prodigarsi nella preparazione di eventi imminenti e futuri sempre più stimolanti ed insperati, dall’Italia al mondo.
(Articolo di Enzo Garofalo – Web Magazine Cannibali.it)
Questo articolo è stato inviato da Luca Andreini.
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