Tra i precursori dei maggiori movimenti artistici della seconda metà del ‘900, anticipatore della Pop Art e sempre alla ricerca di nuovi linguaggi espressivi, Robert Rauschenberg, morto ieri nell’isola di Captiva (Florida) dove risiedeva da circa 30 anni, è stato uno dei protagonisti dell’arte mondiale del XX secolo.
Nato a Port Arthur, nel Texas, (il vero nome era Milton Ernest Rauschenberg) il 22 ottobre 1925, l’artista si è sempre distinto per una tensione sperimentatrice che non lo ha mai abbandonato, neanche dopo l’ictus che nel 2002 lo ha lasciato semiparalizzato.
“E’ l’uomo che ha più inventato in questo secolo, dopo Picasso”, avevano detto di lui gli amici Jasper Jons e Leo Steinberg, con i quali aveva condiviso un lungo cammino di indefessa ricerca. Puntata sulla rivoluzione dei materiali, del segno, per scombinare ancora una volta lo scenario dell’arte americana, finalmente riscattata, grazie all’espressionismo astratto di Pollock, de Kooning, Rothko, dal ruolo gregario nei confronti del vecchio continente. Di ascendenze per metà tedesche e per metà cherokee, Robert Rauschenberg, che comincia poco più che ventenne ad avvicinarsi all’arte, stabilisce comunque fin da subito un forte legame con l’Europa. Parigi è ancora la capitale del mondo dell’arte e nel ‘47 vi si stabilisce per un anno. Ma e’ solo quando torna negli Usa e decide di vivere a New York che il suo personalissimo percorso inizia a prendere forma. Lì frequenta le gallerie dove può conoscere e apprezzare i capolavori astratti degli espressionisti americani e inizia a lavorare alle serie dei White Painting e dei Black Painting, opere astratte e proto-minimaliste.
Dopo la prima personale, nel ‘51, e la partecipazione, l’anno successivo, con John Cage al primo happening della storia, Rauschenberg si imbarca per l’Italia con il compagno di studi alla Art Student League, Cy Twombly. Proprio a Roma prendono vita le prime Scatole Personali, lavori di tipo autobiografico che espone alla Galleria dell’Obelisco, ma è solo dopo due anni che, a New York, dopo la serie dei Red Painting, comincia a produrre le prime Combine, nelle quali, partendo da un contesto espressionista-astratto, introduce immagini e oggetti presi dal mondo reale, fino a spezzare la tradizionale distinzione tra pittura e scultura. “Penso che un quadro assomigli di più al mondo reale se fatto col mondo reale”, ama dire l’artista, che con la straordinaria innovazione espressiva pone le basi della Pop art e crea un solido versante americano all’avventura dell’informale. La poetica dei Combines infatti si sviluppa ulteriormente negli anni ‘60 con la bellissima serie dei dipinti serigrafici, anche grazie all’incontro con Andy Warhol che nel suo studio lo avvicina a questa tecnica. Nonostante il contatto con Warhol e Lichtenstein, l’artista rimane però in quegli anni saldamente legato alla pittura, come dimostrano le larghe pennellate in opere come Kite, le sovrapposizioni a collage di immagini fotografiche e certe lavorazioni serigrafiche le cui imperfezioni non sono volutamente corrette. Intanto arrivano importanti riconoscimenti dalle maggiori istituzioni, tra cui, nel 1964, il Gran premio internazionale di pittura alla XXXII Biennale di Venezia. L’intervento pittorico viene invece riducendosi nel decennio successivo, quando, lasciata New York per l’isola di Captiva, in Florida, Rauschenberg mette a punto una svolta decisiva nella sua arte iniziando ad affidarsi principalmente al colore, alla materia. E’ la volta di serie quali Venetians, Cardboards, Jammers, di tipo prevalentemente astratto, mentre inizia la collaborazione con vari scrittori e poeti tra cui Alain Robe-Grillet e William Burroughs, di cui illustra con litografie loro opere.
Gli anni ‘70 e ‘80 sono dedicati ai grandi viaggi, soprattutto in Oriente, che lo portano a sperimentare nuove tecniche fondendole alla tradizione millenaria di quei paesi. E mentre riscopre la fotografia, fino a inserire i propri scatti nei lavori pittorici, dà vita a iniziative straordinarie, come il Rauschenberg Overseas Culture Interchange, un progetto della durata di sei anni sul dialogo tra popoli e culture. Nel 1990 nasce la Robert Rauschenberg Foundation, un’organizzazione no-profit sui temi cari all’artista, come la ricerca medica, l’educazione, l’ambiente, la fame nel mondo e le arti. Celebrato a livello mondiale (il Guggenheim Museum di New York gli dedica una memorabile retrospettiva, in Italia è a Palazzo dei Diamanti di Ferrara e al Madre di Napoli, a Parigi al Centre Pompidou), nel 2002 viene colpito da un ictus che lo lascia semiparalizzato. Ma il caparbio sperimentatore non demorde e nell’atelier di Captiva continua a creare capolavori di grande potenza espressiva. Il critico d’arte del settimanale ‘New Yorker’, Calvin Tomkins li aveva definiti “i più forti, i più lirici che l’artista abbia prodotto in molti molti anni”.






Rauschenberg è rimasto perennemente nella storia, ancora oggi rappresenta un’esempio di ricerca espressiva, di attualità nell’arte.
Le sue opere degli anni ‘50 sono come le annotazioni di una mente attenta tanto all’arte quanto alla vita materiale delle strade.
Rauschenberg fu anche il ponte tra l’idea dell’arte come produzione e come gesto pubblico o gioco intellettuale. Anticipò quell’impoverimento che sarebbe stato indotto dalla crescita dei mezzi di comunicazione di massa, che continuano a riversare informazioni di dubbio valore e di bubbia verità, solo perchè questo richiedono le convenzioni alle quali rispondono (e la ricerca del profitto).
Piango l’artista… a noi rimangono le sue opere, così meravigliosamente innovative…