Curiosità

Pubblicato da Evaldo Amatizi Il successo dell’Arte Fiera di Roma

Venerdì 18 Aprile 2008 | Pubblicato da Evaldo Amatizi | Nessun Commento

arte_fiera_roma1.JPGLa fiera che si è svolta a Roma dal 29 febbraio al 2 marzo dell’anno corrente, è stata, a detta di una mia amica gallerista, un vero successo. Io sono stato lì incamminandomi per Roma immerso in un’insolita atmosfera primaverile. La sede della mostra era calda e l’ambiente sociale sembrava ai miei occhi, particolarmente spostato su un altro piano. Di cosa parlo? del fatto che l’arte sembra un mondo a se stante dove il profano non è in grado di distinguere il bello dal falso senza che uno specialista gli indichi la via. Apparentemente, frequentare una mostra, sembra qualcosa di diverso dalle solite incombenze quotidiane. Da modesto artista, ho sempre cercato di rifuggire dalle brutture della vita e quando non ci riuscivo, ho tentato di assuefarmi a tutto ciò che non mi piace ma che neppure posso evitare. L’arte è stato ed è per me un rifugio al quale tengo molto.
In quel caso, alla fiera di Roma mi sentivo a metà strada. Ero borghese vecchio stampo, preso in mezzo a valori ormai decaduti. Ma anche un artista che si rifugia nell’arte quando non gli riesce di vivere e viceversa.

Arrivare al Palazzo dei congressi non è stato difficile. Respiravo anche lì l’aria di vecchi stati d’animo, di antiche ideologie. Parlo ovviamente del quartiere voluto da Mussolini. L’EUR. Questo, è l’unico luogo di Roma pianificato dall’alto, voluto in base ad un progetto ben preciso: Roma doveva, in base all’ideologia Fascista, ridiventare un impero come quello antico. Viene da ridere a pensarci, soprattutto a me che ho studiato l’antica Roma, il suo potere, la sua gloria. Ecco, all’EUR, si respira la stessa aria di utopia. Ambienti titanici che dovevano essere le premesse di qualcosa di grandioso. I viali di quel quartiere, sono enormi, sproporzionati e poco coerenti rispetto al resto della città. Le scritte dei ministeri, erano e sono in pietra scolpita ed in rilievo. Il ministero della Marina, delle Poste, l’archivio di stato ed infine il palazzo dello sport.

C’era un richiamo voluto o forzato al ricordo passato, al classicismo ma con quella durezza tipica di una mentalità burocratica con l’arte al servizio di essa. In generale ovviamente si sentiva che il rigorismo geometrico non era paragonabile alle creazioni passate di un genio come Fidia o Michelangelo.
Per chi non è pratico di Roma, la prima cosa che si nota andando all’Eur, è Via Cristoforo Colombo. Essa collega il la città con quello che doveva essere lo sviluppo urbano futuro che sognava Mussolini: un città nuova proiettata verso il mare. Il marmo è la seconda cosa che si nota. Marmo o travertino che sia, la zona ne è piena però quello che colpisce è lo stacco completo che c’è tra i marmi di Roma antichi e quelli onnipresenti e lisci dell’Eur. Un falso richiamo all’antico non può essere altro che qualcosa di fasullo. Il museo Pigorini e tutti gli altri edifici intorno a Piazza G. Marconi, con le loro colonne in stile classico imperiale risentono di questa sensazione, come di essere in un non luogo;

arte_fiera_roma3.JPGLa prima arte che si nota quando si va ad un qualsiasi museo, è il luogo in cui si passa per arrivarci. L’aria che si respira, le costruzioni che impongono la loro presenza al nostro modo di pensare. Quei marmi, quella maestosità solida erano vuoti. L’Eur appare ai miei occhi privo di vita, e passando per le sue strade si nota quel senso di vuoto deciso dalle ideologie passate e dai fatti della storia, dagli eventi e dal caso. Potrei credere che tale zona sia soltanto una grande scenografia senza più attori.
Anche il palazzo dei congressi, evoca lo stile classico nel suo modo di essere concepito. Una lunga gradinata unisce il piano stradale all’ingresso dell’edificio, ma soltanto frontalmente. Ai lati, seppur vicini all’ingresso, una parete con siepe impedisce il passaggio perciò, per entrare, ho dovuto fare tutto il giro della piazza fino a trovarmi di fronte all’ingresso.
Un poco come l’altare della patria, quell’edificio offre la possibilità di accedervi soltanto se ci si imbatte frontalmente. Di lato, come già ho accennato, la fredda parete obbliga a fare tutto il giro dell’edificio: costeggiare l’aiuola per un bel pezzo e vedere le persone ad un passo dall’ingresso e separate da me dalle piante e dal dislivello della gradinata, da la sensazione sgradevole di essere in balia di un idea architettonica di sessanta anni fa non più adatta ai ritmi di oggi.

Ma perché vi parlo di questo? Potrei concentrarmi sulle gallerie all’interno della sala congressi. Parlarvi di questo e quell’artista. Anzi, lo faccio sapendo che finirò per dire la verità. La verità. Quella strana menzogna che agita gli animi di chi ascolta e che placa soltanto la sete di chi ne ha bisogno.
Alcune opere devo dire, erano di un realismo esasperante. altre invece di un caos senza nessuna regola o principio di guida. Altre ancora erano fredde, distaccate. il pubblico in mezzo a tutto questo, è un fruitore qualsiasi, immerso in mezzo ad immagini, ti aspetti il prodotto che si muove, come un film o uno stacco pubblicitario, così mi sono sentito. Così come? Come quando si è al supermercato. Inoltre sentivo l’occhi affamato. Non siamo più abituati ad accontentarci di una sola immagine fissa. Siamo ben nutriti di effetti speciali, di videogiochi di un realismo fotografico. La singola immagine sembra che modifichi anche la percezione del tempo. L’impazienza sopraggiunge già dopo due o tre quadri e si vorrebbe che fosse tutto in movimento. Anche la percezione dei colori risente del processo legato al consumismo. Più immagini si vedono, più cose si percepiscono e più l’angoscia si affievolisce. È un po’ come accelerare in macchina. Alla fine l’assuefazione pretende nuove percezioni. Il brivido prende il sopravvento e credo che in pittura o nel mondo dell’arte avvenga lo stesso processo di assuefazione che colpisce ogni appassionato moderno di sensazioni.
Inoltre, oggi, siamo abituati ad associare un immagine ad una promessa di felicità a buon mercato. Una confezione che nasconde il prodotto è sempre dietro un’immagine, ogni pittura, promette la soddisfazione del gusto, del tatto o dell’olfatto: la confezione di un profumo, o di un dolce.
Non è l’arte che è diventata insipida ma l’occhio e la mente assuefatti dalle troppe continue immagini ad essere diventato più avido. Inoltre, come ho detto, dietro, l’immagine è antipasto di una felicità dietro l’angolo più saporita.

Mi sono sentito borghese. Lo riconosco. Mi sono sentito male. Quel luogo lasciava un vuoto ogni volta che posavo gli occhi su un quadro. Quel vuoto di cui vi parlo è l’abitudine di credere che dietro l’immagine ci sia la possibilità di acquistare un prodotto che porti ad una felicità immediata e duratura. La confezione di una merendina, un pacco di biscotti associano l’immagine ad un gusto.
Così, appena ho iniziato a girare per gli Stand, ho sentito il richiamo di mangiare qualcosa, di bere: volevo, come tutti gli occidentali, una sensazione rapida, veloce che mi eclissasse dall’ansia e dalla solitudine.
Era soltanto un eco il mio, un riflesso della mia abitudine. Sentivo un odore di caffè e cercavo seguendo l’olfatto il bar. Inoltre, sentivo caldo, all’interno faceva un caldo pazzesco e cercavo un apertura, un terrazzo, qualcosa dove poter prendere ossigeno. L’ambiente al pian terreno era un labirinto di stand che occupavano tutta l’area. Ogni galleria era separata da tramezzi molto sottili e soltanto l’omogeneità di certi lavori mi hanno portato a capire quando iniziava il territorio di una galleria e quando ne finiva un altro.

arte_fiera_roma2.JPGSentivo il forte bisogno di spogliarmi, di bere. Da borghese ero abituato ad essere soddisfatto, a non pensare, non avevo idee e non capivo gli artisti in quel momento. Ero un piccolo Eur perso in una città che non conoscevo. Un luogo con le sue regole che ignoravo e cercavo di continuo, qualcuno, qualcosa. Non so cosa. Ma nessun mentore era disposto a vedermi, sentirmi e la mia arte, quello che dipingo da anni evidentemente è un grido troppo poco esasperato per far si che io riesca a farmi notare in un coro di sconosciuti.
Sembrava che ognuno era disposto a mostrare se stesso e nel farlo, ognuno tentava, cercando di essere meno ben disposto verso il prossimo mostrando l’interesse più profondo verso l’altro.
Un paradosso direi. Fissato su me stesso, nel modo di ottenere qualcosa dal prossimo o da me stesso mi sono messo a prendere tutte le notizie su tutti gli artisti che mi capitavano sotto lo sguardo. Appesantito dai quadri esposti anzi direi infastidito dalla loro capacità di farmi sentire un semplice passivo osservatore o un acquirente, ho reagito prendendo quanto più potevo.
l’impressione che ho avuto della fiera di Roma è questa.
Mi sono chiesto nei giorni seguenti, quale dio l’arte rappresenti oggi. Quale arte rappresenti meglio se stessi se l’uomo coincide con l’essere Dio o volerlo diventare malgrado tutto e tutti.
Il proprio rigoroso io, assillante e sempre in perenne contrasto con la coscienza è il Dio odierno e non so quale arte possa rappresentarlo meglio, quale via o quale natura. narcisismo. È il Dio universale, di tutti noi.
Forse il Dio denaro? Ma no. In fondo, anche se fosse? In passato, sia l’arte che la religione, sono sempre andate a braccetto con la casta dominante e quindi col denaro. Che siano nobili o guerrieri o capitalisti. Cosa importa? Non esiste l’arte a buon mercato e neppure un arte universale da tutti comprensibile.

Per non parlare poi del bello. Abbiamo chi ci dice cosa è bello e cosa è aberrante. La bellezza è un codice di vita andato perso proprio per eccesso di nozioni capacità e dominio sulla natura.
Da quando il capitalismo ha iniziato a dominare l’uomo, a svolgere per lui i suoi ritmi, a stravolgere le pause che occorrono per capire e sentire, molti di noi hanno bisogno di sentirsi dire cosa bisogna vedere e quando. Qualcuno che ci indichi sempre il motivo profondo e spesso soffocato di essere vivi.
Ma alla fine credo che il nostro stile di vita abbia corroso appunto quegli spazi e quei minuti in cui si potrebbe essere se stessi. Anche l’arte non è il prodotto dei soli rapporti economici ma credo che l’arte è figlia del modo con cui si organizza il tempo. Il denaro è una delle cause dell’implosione di questi spazi interni della psiche umana. L’organizzazione tecnica del lavoro ha cambiato i tempi di vita e questi, influenzano la fame di percezioni a cui siamo abituati. Passare da un film ad un quadro è come paragonare una guida sportiva di brusche frenate ed accelerazioni improvvise alla monotona velocità fissa di 20km/h.

L’arte non ha più un luogo che possa fare da ponte tra lei e l’uomo semplice. Perché c’è già tutto il resto che ha preso il suo posto. Internet ed i video giochi moderni. L’arte da cavalletto poi, si propone a molti ma poi si rivolge sempre verso pochi, verso chi può permettersi lunghi ritagli di tempo, chi ha quello spazio in cui privo di tv, di riviste, di frastuoni e ricco di cultura alle spalle, può rallentare ed andare alla stessa velocità con cui viaggia l’arte da cavalletto.

La ricerca di uno spazio di tempo in cui ognuno possa essere se stesso è l’arte per cui tutti combattono; occorrono anche anni di lavoro per vivere una frazione di secondo di questo tipo di tempo.
Quel particolare attimo che sia capace di farci dimenticare l’Anomia del resto della vita che scorre: Le monotone attività che svolgiamo o frequentare quelle persone che non possiamo evitare.
Quando il sorriso si fa maschera, diventa doloroso anche soltanto guardarsi allo specchio. Tuttavia, anche di opere voglio parlarvi.
Io ero lì e desideravo di capire o di fuggire. Devo dire che ho apprezzato l’arte della Pinzari. Forse l’unica artista in grado di esprimere i concetti da me esposti. Anche i lavori di Erica Campanella esprimono su tela la disperazione umana. Le tinte violente i contrasti tra gli azzurri ed i rossi sono ciò che accomuna le due artiste. Erica Campanella mostra delle figure umane di schiena nell’atto di chiudersi o proteggersi usando le proprie braccia, uomini nudi o personaggi androgini soli, nudi che si proteggono da un freddo che proviene dall’interno. La schiena è il soggetto principale di molte delle sue opere. Un essere che da le spalle a noi che osserviamo. Dipingere un qualcosa del genere richiama significati ambigui. Non volersi mostrare, dare le spalle a noi che osserviamo il lavoro finito eppure completare un lavoro del genere proprio per farsi vedere da un pubblico.

arte_fiera_roma4.JPGIn quella giornata di sole ero rimasto attonito di fronte ai suoi quadri, poi, oggi, a distanza di un mese mi sono accorto di cosa voleva parlare questa artista. A modo mio ho cercato di esprimere a parole quello che queste due artiste hanno espresso coi colori. L’uomo immerso in mezzo a mille codici, l’uomo coperto, investito da mille messaggi a cui deve adattarsi, farne una pelle per poter comunicare. L’uomo che infine volge le spalle a chi osserva.
A pensarci bene, la comunicazione domina la nostra parola. Guardare sciocchezze in tv o parlare del calcio sono quegli strumenti che ci permettono di darci parola e poter scambiare sciocchezze con altri. L’unico modo per poter essere visti o esprimere qualche concetto è ripetere come un pappagallo i messaggi che ci vengono proposti. Hai visto quella puntata di quel telefilm? Hai visto grande fratello? Sei stato in quel locale? Forse questo è l’unico modo per ricevere una risposta dal nostro interlocutore. Oppure faticare molto su un concetto, un idea, un quadro o una serie di messaggi appunto e passare dall’altra parte della barricata. Cosa intendo per barricata?
Ragazzi, non scherziamoci su. Il futuro sarà diviso soltanto tra due classi sociali. I creatori detentori della comunicazione e del divertimento da una parte, mentre dall’altra, i fruitori di questa, che sono più o meno passivi. Attraverso la personalità ognuno tenta di catturare l’orecchio e gli occhi dell’altro. Ognuno tentando di farsi strada nella comunicazione tenta di trovare una fuga dall’ Anomia. Chi non riesce è solo, come i quadri della Pinzari o come Narciso o re Mida, si finisce per restare intrappolati dal proprio narciso, si finisce per morire di fame nell’atto di trasformare tutto ciò che si tocca in oro oppure affogare nel lasciarsi sedurre dalla passione verso se stessi o come la Pinzari, ci si abbraccia, nudi, nel tentativo di trovare un modo per scaldarsi da soli. Un modo diverso per raccontare la solitudine dell’individualismo. Quando ognuno mostra il suo individualismo allora siamo tutti omologati.

Qual è l’arte di oggi più preziosa per chiunque e che accomuna tutti?
dopo mesi ed anni di riflessione ho capito che quello che ognuno punta è l’ambiente o il tempo in cui possiamo ricevere e dare umanità: a livello di semplice amicizia o se vogliamo anche quella rarità e bene di lusso che viene chiamato sesso. il tempo proprio, lontano da tutto quello che ci domina è quello spazio in cui ognuno vuole dipingere quello che vuole. perciò, ogni artista è un comunicatore come un altro, non diverso dal sorriso di una Ventura o di quello di un Berlusconi in tv.
perché allora vi confido questo?

Semplicemente, stando zitto, spreco parte di quel famoso spazio di tempo di cui ho parlato fin’ora. Stando zitto non spreco la possibilità di crearmi interlocutori, non utilizzo quell’ intelligenza che nessuno mi chiede mai. Ne gli amici, soprattutto le donne e neppure nel lavoro. Anomia appunto. Poi, stando zitti, ci si dimentica di essere se stessi. La prima forma d’arte è la ricerca della felicità: è l’unica forma di religione amata ma che ognuno deve ricercare da solo.
Tornando a parlare della fiera, ho parlato con Laura, una mia amica gallerista che aveva uno stand lì. ma sembrava di non aver argomenti. Che cosa brutta. Non avevo idee e neppure sapevo cosa volevo eppure è una vita che scrivo e che leggo.
Di certo, capisco ormai che la socializzazione non è il mio forte anche se mi sono allenato molto negli anni. Rimane comunque il fatto che mi ha fatto piacere salutarla.

Dopo due ore mi sono ricordato che ho una mia mostra a maggio ma sembrava che la cosa non interessasse neppure me stesso. Me stesso è un dovere da portare avanti mi sembra. Sentivo il peso di me stesso, quel fardello che a stento riesco a scaricare dipingendo. Vedo i lavori altrui e ho la sensazione che il messaggio sia sempre uguale per tutti. Ognuno, nell’attimo in cui dipingeva ha trovato quello spazio dove poteva essere se stesso. Esporre poi il risultato su tela è soltanto un fatto commerciale. O se vogliamo un modo per far si che il denaro aiuti ad aumentare l’indipendenza personale e cercare quanti più spazi possibili in cui essere se stessi. Morale della favola. Se vendo, non devo piegarmi a fare un lavoro che non mi riguarda, che non mi gratifica e che inoltre neppure sono portato.
Mentre pensavo più o meno confusamente, una persona è arrivata trafelata ad avvertire Laura che un artista fuori dall’edificio non voleva pagare il biglietto soltanto per vendere un quadro. così, laura ne ha tirato uno fuori ed ha lasciato correre. così l’ho salutata e me ne sono andato.
ho visto varie gallerie, molti quadri li ho trovati gradevoli ma l’angoscia che sentivo ancora non ha trovato alloggio nelle parole.
ho invitato una ragazza ad entrare gratis, poi per tutto il pomeriggio ho cercato di ricordare i lsuo volto e non ci riuscivo. a parte chi vendeva le sue opere, il resto era un ritaglio di persone come me che “vagano” pur di non sprofondare nelle solite attività. un moto di orgoglio in cui per cercare la propria individualità, ci viene offerta quella altrui.

manca il dialogo con i veri artisti. quelli che c’erano erano circuiti da galleristi o belle donne. c’era solo Pea che tra l’altro, stava parlando con una bionda. Confermando quel genere di umanità di cui sto parlando. Tutto ciò che di artificiale ci circonda è un mezzo per arrivare alle cose semplici e se non ci si propone nella maniera giusta e fortunosa allora, si finisce per subire gli artifici ed i tentativi di libertà di tutti gli altri.
complicato! complicato! vi saluto e mi riposo un poco. Pensare stanca e porta alla verità e quet’ultima poi non sempre alla verità o alla libertà.
Ln ogni caso però la cosa mi ha fatto venir voglia di continuare a dipingere. anche soltanto per quell’icona che chiamo me stesso.

Tags: , , , , , , ,

Lascia un tuo commento

Aggiungi un tuo commento qui sotto, oppure fai un trackback dal tuo sito.
Segui la discussione via Feed Rss

:

:


Copyright © 2002-2008 Quadreria - Arte Moderna e Contemporanea. P.I.00904340270 - All rights reserved.