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Pubblicato da Cristina Nisticò FotoGrafia-Festival Internazionale di Roma. VII Edizione.

Martedì 8 Aprile 2008 | Pubblicato da Cristina Nisticò | Nessun Commento

 FotoGrafia-Festival Internazionale di Roma. VII Edizione.Il tanto atteso FotoGrafia-Festival Internazionale di Roma, giunto alla sua settima edizione, inserisce le sue mostre e i suoi innumerevoli eventi sotto l’abbraccio di un tema che, a mio parere, banalizza il ruolo della fotografia ai giorni nostri: Vedere la normalità. La fotografia racconta il quotidiano. Nel comunicato leggiamo che si vuole rappresentare la fotografia come strumento migliore per la descrizione della vita di tutti i giorni: voler raccontare la normalità in contrasto con la straordinarietà.

Ma cosa intendono precisamente con normalità? E’ corretto utilizzare il termine straordinarietà opposto a normalità? E se affermassi che spesso il quotidiano sorprende con la sua disarmante straordinarietà? E poi non è normale per milioni di persone svegliarsi al suono di una pioggia di bombe? Non è normale per molte donne e bambine rischiare di essere violentate appena si allontanano dai loro villaggi come accade ogni giorno in Darfur? Non è normale a Guantanamo il rischio di essere torturati ogni momento? Inoltre, non è ormai per noi quotidiana normalità vedere immagini fotografiche di stragi e bombardamenti sui giornali?
Susan Sontag, in un libro memorabile dal titolo Davanti al dolore degli altri, analizza le conseguenze che producono nella società contemporanea i mezzi di comunicazione e d’informazione presentando quotidianamente le immagini di violenze, distruzioni, guerre, disastri voluti e preventivati dai sistemi totalitari, affianco a immagini pubblicitarie. “Non possiamo immaginare quanto è terribile e terrificante la guerra; e quanto normale diventa. Non capiamo, non immaginiamo. E’ questo ciò che pensano con convinzione tutti i soldati, e tutti i giornalisti, gli operatori umanitari, gli osservatori indipendenti che si sono ripetutamente esposti al fuoco e hanno avuto la fortuna di eludere la morte che ha falciato chi stava loro vicino. E hanno ragione.”

Nonostante questo titolo discutibile, il festival presenta mostre ed eventi di riguardo che ruotano intorno al Palazzo delle Esposizioni, fulcro di una serie di eventi collaterali ma non di minore interesse, come ad esempio la mostra a cura di Augusto Pieroni Family Portrait di Angelina Chavez alla Galleria della Scuola Romana di Fotografia di San Lorenzo di cui parlerò in seguito.
Il Palazzo delle Esposizioni presenta le opere di fotografi che puntano il loro obiettivo su Roma come: Gabriele Basilico, Tim Davis, David Farrell, Milton Gendel, Shi Guorui, Pieter Hugo, Graciela Iturbide, Claudia Jaguaribe, Raffaela Mariniello, Miguel Rio Branco, Guy Tillim, Paolo Ventura.

 FotoGrafia-Festival Internazionale di Roma. VII Edizione.L’interpretazione di Tim Davis, borsista all’Accademia Americana, è quella che più spicca per la poetica scelta dei soggetti urbani che caratterizzano una Città Eterna più metropolitana come la splendida fotografia del Motel Boomerang, situato all’incrocio tra Via Aurelia e il GRA. L’insegna del motel sovrasta il desolato paesaggio urbano di quel tratto di strada con la forte luce delle sue grandi lettere che si stagliano sul fondo nero della notte. La scelta di questo soggetto ricorda le icone pop, il fascino delle scritte commerciali, dei luoghi dell’immaginario americano, che Tim consce di certo molto bene. In questo scatto ritroviamo un affinità iconografica con le opere di Ed Ruscha, che attraverso la pittura e la fotografia studia il rapporto tra le immagini e le parole attraverso la loro rappresentazione grafica, il lettering. Questa immagine ricorda le ambientazioni dei racconti della Beat Generation, di quei luoghi non- luoghi che hanno sedotto generazioni di lettori.
Oltre a questa collettiva che punta i riflettori su roma vi sono delle mostre personali di giovani nuovi talenti tra cui spicca la serie Il Far West Cinese di Paolo Woods. Paolo, un giovane preparato e disponibile al confronto, pieno di entusiasmo, lavora spesso a stretto contatto con il giornalista Serge Michel. Questo nuovo lavoro è un’inchiesta/reportage che ha richiesto uno studio attento, una ricerca storica e antropologica che trapela dalle sue fotografie e oltrepassa gli stretti e opprimenti confini delle cornici nere nelle quali vengono presentate le sue immagini. Paolo ci confida che preferisce vedere le sue opere nei giornali, che, a ragione, indica come il mezzo migliore per raggiungere e informare le persone al di fuori del circuito artistico delle mostre e degli eventi mondani, anche a costo di perdere in qualità di stampa.
Solo qualche accenno alla sua biografia. Paolo è stato tra i primi a raggiungere nel 2000 l’Afghanistan dei Talebani. Il suo occhio e la sua rispettosa presenza in ambienti e situazioni complesse è in grado di comprendere e apprezzare le differenze culturali che sfuggono alla maggior parte degli occidentali conformati agli insegnamenti dettati dalla cultura ufficiale. Solo così è stato possibile per Paolo vedere “L’Iran felice”, scovare la gioia dietro un velo e la serenità in una coppia unita da un matrimonio combinato che per noi europei, sempre pronti a giudicare le usanze di popoli lontani e diversi, sembra impossibile. Come se in casa nostra tutto andasse a meraviglia.

Il Far West Cinese racconta la conquista dell’Africa da parte dell’odierna Cina. Molti non sanno che nel continente africano ci sono circa 500.000 cinesi. Per realizzare queste rarissime immagini, Paolo Woods e Serge Michel hanno vissuto con i cinesi in Angola, in Congo, in Nigeria. I cinesi però, non fanno come i colonizzatori europei, pronti solo a sfruttare e arricchirsi sulle spalle dei popoli colonizzati. I cinesi, certo non per fini filantropici come tutti i colonizzatori, costruiscono strade, dighe e ospedali.
Nelle sale del palazzo delle esposizioni è possibile inoltre ammirare e lasciarsi accogliere dalla foto-installazione The Shadow of Things di Leonie Purchas. Un incanto. Leonie è nata a Watford (Londra) nel 1978 e si è diplomata in fotogiornalismo in Inghilterra nel 2003. La sua ricerca è incentrata da alcuni anni sulla vita di nuclei famigliari che, nel periodo in cui la ospitano, le mostrano i loro più intimi segreti, le loro esperienze e le loro abitudini.

In the Shadow of Things la vediamo per la prima volta alle prese con la nuova vita di sua madre Bron. Un particolare a dir poco coinvolgente e toccante è una fotografia datata 1978, posta sulla parete all’entrata della stanza, che mostra Leonie neonata e sua mamma giovane. Accanto alla fotografia l’artista scrive a matita, direttamente sul muro, una dedica che toglie il respiro. L’installazione è elegante e confortevole. Le fotografie sono sapientemente affisse al muro senza cornici, solo con dei chiodi, proprio come se ci trovassimo nella stanza di qualcuno. Le immagini sono affastellate sulle pareti e le riempiono senza tener conto del solito ordine espositivo, canonico e rigoroso, che obbliga alla disposizione di immagini poste ad altezza uomo, ordinatamente dislocate lungo le pareti. Per rendere la situazione ancora più famigliare non vi sono didascalie accanto alle fotografie ma solo all’entrata quasi a sottolineare che si tratta di immagini che, per chi è in grado di leggerle, possono parlare da sole. Vediamo Bron, la mamma di Leonie, con David, il suo nuovo compagno, suo figlio Jake e Martin, il fidanzato di Leonie, immortalati in situazioni di un’imbarazzante e straordinaria quotidianità. Intorno alla casa e nelle stanze vi sono strani pacchi e oggetti in un ordine caotico: quando Leonie arrivò nella nuova casa di sua mamma, isolata e circondata da una rigogliosa foresta, e nonostante gli anni passati dal trasferimento, i pacchi del trasloco erano ancora chiusi e ammassati ovunque a causa di un disturbo ossessivo compulsivo e di un disordine mentale manifesto di sua madre.

Come accennavo nell’introduzione vi sono degli eventi dislocati in spazi dedicati all’arte e in altri attrezzati per l’occasione. La mostra Family Portrait di Angelina Chavez, curata da Augusto Pieroni, è allestita nella Galleria della Scuola Romana di Fotografia. Come leggiamo nel comunicato, nella mostra di Angelina Chavez il panorama domestico non equivale al recinto privato in cui nasce e muore la fotografia amatoriale, diviene invece un territorio nuovo, vissuto intimamente ed emozionalmente, ma che va aprendosi allo sguardo esterno. Un campo sperimentale nel quale vita e arte si testano e si mettono reciprocamente alla prova, nel quale gli equilibri sono mutevoli, le atmosfere variabili, i risultati probabilistici. Questa la bilancia dove, con successo, si pesa continuamente l’equilibrio di stile e affetto.

Angelina racconta così la sua esperienza fotografica attuale: “In un periodo in cui la fotografia racconta sempre più degli altri, in cui i fotografi viaggiano per il mondo per parlarci di culture straniere con le loro immagini, ho voluto indirizzare la mia attenzione ed il mio sguardo fotografico verso la mia vita, il mio mondo, la mia famiglia, le quattro mura domestiche e la vita che si svolge all’interno di queste. La quotidianità, gli alti e i bassi, le allegrie, gli impegni e le sfide di una famiglia “normale”, un papà italiano, una mamma tedesca ed un figlio che oggi ha 2 anni. L’apparente contrasto tra relazione di coppia e l’essere genitori, tra il ruolo di madre e la professione di fotografa. Un gioco di equilibri, volto a soddisfare le necessità di ognuno di noi. Con queste immagini, realizzate come autoscatti, dove io sono presente sia davanti che dietro la macchina fotografica, provo a dare una risposta alla domanda: “Ci riusciremo?”

Tra le opere di Angelina e di Leonie vi sono fondamentali somiglianze. Le loro ricerche sono legate da un filo emotivo ed estetico. I loro sguardi, e di conseguenza i loro scatti, sono tutti mirati a scoprire le peculiarità, la straordinarietà delle loro vite normali di giovani donne, della loro intimità, delle loro famiglie, della loro identità in un mondo esterno omologante, distratto e confuso.

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