Curiosità

Pubblicato da Evaldo Amatizi Calcata e le tele tolte

Venerdì 18 Gennaio 2008 | Pubblicato da Evaldo Amatizi | 2 Commenti

Scorcio di CalcataIn quest’epoca, si parla tanto di sovrappopolazione, inquinamento, guerre civili, uomini pigiati in spazi ristretti, marciapiedi stracolmi di persone indaffarate. L’obbligo di confrontarsi col multi culturalismo è la carta su cui ogni individuo deve fare i conti, a maniche ripiegate ed il classico asso sotto di essa.

All’inizio di questo millennio ci troviamo d’avanti al problema del vivere sempre più a stretto contatto col prossimo, un essere visto dai propri occhi sempre più dissimile da noi per usi, costumi e religione. La privacy coincide sempre più con la sensazione interna di solitudine

In tutti questo vi sono poi delle oasi di pace, dei luoghi dove è possibile riflettere, rilassarsi, essere con se stessi. Luoghi dove la combinazione di fatti umani, ha fatto sorgere ambienti dove è sorto un equilibrio tra strutture antropiche, geologiche e socio antropologiche culturali. Il paese che sto per descrivervi ne è l’esempio meno noto rispetto a realtà come Orvieto, Viterbo. A modo suo, Calcata, questo è il nome del luogo che vi presento, è un esempio supremo di armonia architettonica.

Per quel che posso cerco di esporre la nascita di questo insediamento umano. Porta come pianta la classica costruzione triangolare tipica delle città stato Etrusche cioè, con un lato che fa da ingesso ed il resto a strapiombo come protezione. A Romani, conquistarono il territorio Etrusco un lembo alla volta proprio per questa caratteristica tipica del loro modo di vivere. Combattendo una città per volta, i Romani, hanno avuto ragione dei loro nemici, più colti ma politicamente più disomogenei.

Scorcio3_1 Calcata e le tele tolteIl suo nome prende lo spunto dal materiale calcareo su cui poggia. Un blocco unico che si erge tra le foreste e che domina tutto il parco della Treja. Purtroppo, perdo le tracce della storia dopo la caduta di Roma, di solito, posso dirvi, che gli insediamenti in collina godettero di ottima fortuna durante tutto il medioevo per naturali motivi di difesa. Non essendoci più un esercito, bisognava trovare riparo sfruttando la conformazione del territorio. Città fiorenti fino alla tarda antichità divennero rovine e quei villaggi suoi colli che i romani abbandonavano nel periodo di massimo splendore, tornarono in auge durante le invasioni barbariche.

Esteriormente, da lontano, sembra un presepe, con evidenti le pareti esterne delle case, le canne fumarie e gli scoli dell’acqua. Tutto è accuratamente minuto ma ci accoglie un ingresso voltato che aveva certamente un portone di cui oggi rimangono le tracce dei cardini o i fori e la sagoma dell’incavo nella pietra che accoglieva i battenti del portone. Il colle dove il paese è arroccato è di per se stesso una protezione sufficiente ma, vanno aggiunte le pareti esterne delle case che, aggiungono una protezione a quello che già la natura offre da se. inoltre, la sapienza antica ci offre anche quello che noi oggi abbiamo perso. Un arte rara e preziosa. Quella di poter risparmiare fatica e benessere con semplici accorgimenti. Non a caso, la forma raccolta a fiore delle case permette anche una protezione contro i venti freddi che, la collocazione in alto predispone.

Una volta passati il portone, la luce sembra essere risucchiata via come se una forza la volesse eclissare o un accorgimento particolare che magari ne scoraggiava l’attraversamento da parte di potenziali nemici. Oggi noi non possediamo l’arte di difenderci proprio come i romani civili che, protetti dai soldati di carriera, non erano in grado di difendersi, ne con le mani e neppure con le strutture. Oggi, noi ammiriamo le bellezze di una città medievale ma ci sfuggono gli ingegnosi sistemi di protezione uniti ad un gioco di armonie legate alla praticità del quotidiano.

Veduta-Calcata1_1 Calcata e le tele tolteL’ingresso appare come una grotta, un muro, a pochi metri ci è di fronte e si è costretti a svoltare a sinistra e poi di nuovo a destra. Altro piccolo accorgimento: evitare che il nemico possa scagliare frecce e colpire bersagli in linea retta. Percorsa la seconda curva, la luce sembra tornare a farci compagnia nuovamente. Essa penetra direttamente dal cielo che sovrasta la piazza centrale. Percorrendo l’ultima salita, si scorge lentamente il cielo e poi parte dei tetti dei caseggiati. Ci troviamo finalmente sull’unica piazza centrale. Non ve ne sono altre. Tale luogo, circondato dalle facciate delle case, non si scorge nessun paesaggio, si direbbe di essere in una qualsiasi piazza medievale o in un paese in pianura. La calma, la quiete e la naturalezza del luogo non fanno pensare ad altro che a qualcosa di accogliente. Soltanto percorrendo uno dei percorsi laterali, si arriva al bordo esterno del paese dove ci accoglie, l’improvvisa fine del vicolo, un muro di protezione e poi il vuoto. il parco con le sue alture semi boscose e la sola possibilità di ammirare la veduta o di tornare indietro e addentrarsi nei viottoli e cunicoli che attraversano come rami tutto il luogo. Case, scale, improvvise aperture che danno sul vuoto o che dividono un pianerottolo con una cantina, sono i veri protagonisti di Calcata. Gli uomini che percorrono abitualmente tale luogo, si muovono con una disinvoltura che fa pensare alla buffa ipotesi che questi personaggi sono li da sempre e che nei secoli fanno sempre gli stessi movimenti, lo stesso modo di percorrere le scale, come se tutto quello che è costruito non fosse altro che il miglior modo di fare e di sentire la vita. Mi è capitato di vedere un anziano che sale delle scale ripidissime ma, vuoi l’abitudine o la passione che lo lega anima e corpo al luogo, si muove non affatto con fatica nonostante l’età. Molti ambienti sono stati scavati nella roccia e deduco che le cantine arrivino a profondità anche di una decina di metri. La saggezza antica che noi abbiamo perso con le comodità, faceva si di reperire il tufo scavando le cantine ed il materiale di riporto usato per le costruzioni sovrastanti. Oggi facciamo venire i materiali da luoghi impensabili. La cipolla che compro sotto casa viene dalla Cina! Io ho viaggiato meno di questo ortaggio! I romani al tramonto, decaddero per mancanza di schiavi e noi faremo la stessa fine per mancanza di petrolio.

Ovviamente, l’involucro del luogo è sempre quello di secoli fa. Sono cambiate le situazioni sociali. Quello che prima era una cantina per il vino e le esigenze agricole è oggi adibito a negozio di biancheria intima. Il vecchio ed il nuovo hanno creato un felice compromesso. Si può scorgere, come a me è successo, un signore intento a navigare su internet! In un posto così isolato è pieno di gente dalla mentalità innovativa. La porta era aperta ed ho dato un’occhiata fugace all’interno. La finestra del suo ingesso studio dava sul burrone e si vedeva l’azzurro del cielo che ne delimitava la sagoma. Che abbia lasciato la porta aperta per far passare l’aria o che l’ambiente è così privo di pericoli sociali da poter permettersi questo lusso. Magari per pura vanità. Chissà.

Per istinto, ovunque vado, tengo sempre la mano sul portafoglio, anche in luoghi dove non ce bisogno: abituato ormai alla diffidenza come regola di vita di una metropoli. Ci si porta dietro con se, le tracce della città anche in luoghi come questo.

Anzi, è proprio qui, in paesi come Calcata, dove si vive una certa armonia fisica che spicca il proprio atteggiamento legato al bisogno di protezione che ci trasciniamo dalla città. Guardando un uomo rilassato a casa sua con la porta spalancata a Calcata, mette in moto in noi stessi, la percezione che la vita che conduciamo in città sia da assedio mentale.

Scorcio2 Calcata e le tele tolteUna metropoli che è fisicamente senza mura ed in pianura come la città in cui vivo, si ha sempre un bisogno di protezione o si avverte un pericolo particolare, indefinibile. La sensazione di non trovar pace nel caos. Diciamocelo. La vera arte di oggi è quella di poter vivere la libertà senza sentirne l’ansia che questa genera. Il modo migliore è trovare un ambiente favorevole se si ha la possibilità di farlo. O di essere un genio delle relazioni. Paradossalmente, la protezione che danno luoghi più o meno desolati, con le loro mura ed i loro ritmi arcaici, non possono offrirle le metropoli. Le mura protettive delle città stato, in una metropoli, cadono tutte sul singolo individuo. Da qui l’arte di arrangiarsi, il furbetto del quartiere, l’indifferenza, sono le protezioni singole che ognuno adotta come stile di vita. ma torniamo a noi, al nostro bel paese.

Torniamo con la mente suoi nostri passi e rechiamoci nuovamente sulla piazza. Sulla sinistra, dietro le nostre spalle, si trova l’unica chiesa del paese. Una signora se rapportata alle dimensioni dell’intera Calcata. L’unico edificio munito di uno spiazzo e gradini. La chiesa, come si sa, ha dominato le vite dell’uomo per molti segni ed è normale vedere le tracce di un antico splendore. Lo sfarzo di un mondo perso, un fossile di un corpo che è stato potentissimo e che tutt oggi, in maniera diversa, lo è. A pianta rettangolare, ad un’unica navata, forse un ex costruzione romana abbandonata, di stile romanico, dall’abside identificabile soltanto per via di un’unica vetrata a semi cerchio da dove filtra la luce che investe l’altare. Cosa ha di bello? Una stufa a gas. Vuol dire che il luogo accoglie i fedeli e che in pieno inverno c’è bisogno di riscaldamento per resistere alla messa in piena concentrazione. Vuol dire che l’ambiente è vissuto, ce addirittura un prete fisso. Il lato esterno dell’abside da proprio sul versante dell’ingresso del paese. La chiesa poggia per un angolo proprio sopra il passaggio che dall’ingresso conduce in piazza. Accanto, alla chiesa vi è il palazzo ducale ristrutturato da poco. Per il resto, non vi è nulla di maestoso, tutto lo spazio eccetto quello adibito a potere politico e religioso è sfruttato nella maniera più razionale e creativa possibile. Anche le strade, essenziali come le vene del corpo umano, sono semplici cunicoli spesso voltati perché al di sopra ospitano un ambiente accessibile magari dal sentiero accanto a quello che stiamo percorrendo. Piccoli passaggi indispensabili tra una casa e l’altra sono quello che è possibile identificare come strada. Neppure un motorino passerebbe in modo agevole per non parlare delle gradinate improvvise che troviamo ogni tanto. A passo d’uomo o di mulo. Vi è anche un’altra stranezza, l’unica che trovo poco bella. Di fronte al palazzo ducale ci sono tre poltrone ricavate dal tufo ma di forme poco aggraziate. Stonano con tutto il resto oppure è un richiamo ironico al tipo di vita consumistica che di solito facciamo. Una sedia troppo resistente per un uomo troppo esigente.

Comunque mi volgo altrove. Sta volta mi dirigo verso l’uscita, dove inizia il paese fuori le mura. Lì è possibile parcheggiare e notare la strana parete da cui è stata ricavata la strada. Cosa ha di strano? Il fatto che è composta dello stesso materiale su cui poggia Calcata. Un tufo argilloso molto friabile. Questo muro naturale è pieno di crepe prontamente coperte da calcestruzzo da parte dell’uomo nel tentativo di rinforzarlo. Queste crepe creano un gioco di mosaici giganti o puzzle, ogni tassello ha al centro un bullone di ferro con una rondella ed servono a tenere la parte ben ancorata al suolo retrostante. Sembrerebbe un’opera d’arte di Burri mentre invece è la necessità millenaria che l’uomo combatte contro la decadenza e trasformazione della materia. Per quel che riguarda il decadimento e l’estinzione della persona, si è creata l’idea dell’immortalità dell’anima mentre per gli eventi naturali come per le malattie, si è portato avanti il progresso tecnologico. Quella causa e conseguenza dei fatti storici hanno creato l’opportunità di fare iniezioni sotto il suolo friabile di Calcata per evitarne il decadimento. In fondo, tra gli sforzi che l’uomo fa per tenere in vita le sue creazioni ed edificare una chiesa relativamente grande, non vi è poi tanta differenza. Entrambe salvano qualcosa ed entrambe, in un modo o nell’altro sono lì a testimoniare la forza dell’ingegno umano. sopra questa montagna di tufo ci sono anche i resti antichi di alcune catacombe Etrusche usate poi dai pastori come rifugio per le greggi. Quei rinforzi che si vedono fuori Calcata sono anche all’interno del paese, sono il suo scheletro nascosto. L’uomo ama le cose belle a tal punto che, spesso investe risorse incredibili per tenerle in vita. quello che poi si fa per Calcata, è impensabile in un grande centro abitato.

Torniamo al paese dentro le mura. Come ho detto, è abitato e forse ci sono anche dei bambini o delle famiglie. Tutto sparisce dentro quei strani viottoli, anche il modo di vivere è misterioso.

Case che sbucano dal nulla, in apparente irrazionale collocazione. Ogni viottolo, come ho detto, finisce per diventare una specie di terrazza. Ho scoperto molte cose riguardo l’arte di costruire nel medioevo. Tutto sembra fatto a caso ma, a guardar bene, non si capisce perché siamo attratti da questi luoghi. Chiunque ama visitare una volta nella vita, un borgo medievale. Si rimane affascinati da qualcosa di inspiegabile.

Ma si può arrivare a cogliere alcuni dei motivi per cui qualcosa di indefinibile ci attira di un luogo. La sua aura per esempio, la sua irripetibilità, frutto di concause mai riconducibili a nessuna teoria.

La prima cosa che ho scoperto è quella che riguarda il modo di progettare le strade in un qualsiasi borgo medievale: praticamente, qualcuno aveva intuito che le capre in salita, percorrono la strada meno faticosa. Ogni via che ammiriamo di luoghi come Siena, sono nate in base a questa tipologia intuitiva di comprendere la natura e gli animali. In salita, gli erbivori come del resto ogni animale, tende a risparmiare energia. Lastricare una mulattiera è stata la trovata geniale di un uomo qualunque che ha avuto l’intuizione giusta. Altro particolare è quello della tortuosità delle vie. Il corso e la strada rettilinea sono un innovazione nata da poco. Abbandonata per tutto il medioevo, poi ripresa in epoca barocca. Ogni curva è studiata apposta per rendere difficile un irruzione nemica. L’impossibilità di sapere cosa ce dietro l’angolo ma anche l’inutilità delle armi da lancio e della poca maneggevolezza delle lance. Inoltre, ogni vicolo è stretto e tortuoso per proteggersi dal vento in inverno e dal sole in estate. Spesso un muro divide due case e quando non se ne può fare a meno, si crea un corridoio sospeso dove è possibile passare da un ambiente ad un altro senza uscire dalla porta. Evitare i malanni quindi. Un accorgimento è tornato in voga ora che si parla di risparmio energetico. Costruire le case con l’ambiente più vasto verso l’ovest invernale. Piccole arti che sommate insieme creano una sapienza comune. Vista da lontano perciò, Calcata appare come una di quelle famiglie di funghi che crescono insieme ai muschi sui tronchi degli alberi. Quell’ordine scomposto o se vogliamo, quel disordine razionale sono la pietra miliare dell’unico paragone possibile che mi viene in mente. L’unico vero rispetto che si nota, è l’arte di valorizzare ogni spazio e trarne il massimo del beneficio possibile, rispettandone un certo gusto estetico unito ad una razionale praticità. Trarne il massimo del piacere possibile senza cadere nel brutto o nel volgare come l’abusivismo moderno. Tale forma di perversione edile è frutto dell’individualismo senza limiti. Mentre, ogni conglomerato urbano medievale è l’esatto sforzo di creare qualcosa valido per la collettività. Tutto è appropriato in un paese medievale perché un’unica e compatta fantasia possiede la forma del luogo attraverso l’uomo. Quest’ultimo è poi il tramite verso cui la fantasia pone le sue forme, è esso la firma stessa della possibilità di lasciarsi condurre dalla fantasia e fare della fantasia la propria casa. Bellezza, razionalità, fantasia. In un posto del genere vi è anche il posto per una galleria di arte moderna. Posso garantirvi che Norcia ha un cinema, banche, bar mentre paesi come Casperia, hanno addirittura un teatro!

L’ingresso di questa galleria di arte moderna sembra apparentemente il proseguimento naturale di uno dei tanti viottoli mentre in realtà, ne è soltanto un ramo. Alla fine la porta è più larga della via stessa. Una volta entrati, come è ovvio ci sono quadri ovunque in una stanza munita di telecamere, connessione ad internet e due finestre che danno su un panorama bellissimo. Un gatto sornione ci accoglie con una certa sonnolenta indifferenza. Annusa l’aria e poi si appisola di nuovo tenendosi guardingo. Non ama essere toccato perché spesso è al centro dell’attenzione soltanto quando deve uscire per la chiusura. La gallerista mi dice che quel gatto si fa vivo soltanto in inverno. È fortunato. Ho visto altre bestiole rifugiarsi sopra le cassette delle poste di legno per ripararsi o nascosti in qualche sottoscala. Diciamo che è un cliente affezionato.

Poi c’è un’altra curiosità che ho scoperto da poco parlando con Laura Ramoino, la responsabile della galleria “leteletolte”. Il mistero dei cunicoli: “alcune arrivano fino a 18 metri di profondità, in pratica, sotto Calcata, si sviluppa un intreccio di caverne e grotte che veniva chiamato “Conservone”. Alcun i abitanti di Calcata vantano di avere nelle loro case grotte abbastanza profonde che è molto probabile fossero grotte Etrusche. Una delle particolarità della storia di Calcata, è la sparizione del prepuzio di Gesù avvenuta negli anni ’70. Un giornalista del New York Times, ha scritto un’articolo su questo. Non conosco tutti i dettagli”.

“leteletolte” sono un’associazione culturale nata a Calcata circa tre anni fa. Ci sono quadri di Rossella Armenio, Delia Sforza, Fabrizio Orsi, Rabama. Quest’ultimo autore ha il quadro di fronte all’ingresso: vengo a sapere da Laura Ramoino, che questa è una donna ed è soprattutto una scultrice. In questo istante, nel giorno della befana, sono esposte opere di Silvano Brucella, Luciano Pea, Iller Incerti, rappresentata con una scultura al centro e Gian Piero Navarra, autore di alcune tele con delle mani rampicanti.

Nel silenzio mi godo, il tepore di un ambiente al chiuso, sospeso nell’aria. Io dipingo e quando lo faccio, mi sento sospeso nell’aria. Come qualcosa fuori dal tempo. Di ognuno di questi artisti sento in tutti loro, il silenzio di qualcosa di inquieto che, in un posto come Calcata spicca maggiormente. Guardando, mi trovo a pensare che ognuno grida quel che può. Gridare? Ebbene si. Quel silenzio metteva in risalto un’opera dove delle mani in gesso tentano di “scalare” una tela. Forse è questo il luogo più adatto dove la cruda e affascinante metropoli può rispecchiare meglio. Un cinico atteggiamento in città è ovvio e sacrosanta norma di tutti ma in un paese spicca maggiormente e ci si sente rallentati quando da una metropoli ci si dirige verso un piccolo centro. Qualcosa di melanconicamente nostalgico ci invade. Il legame nuovo e vecchio è affascinante come è indefinibile la mescolanza del dolce col salato. Si rimane a gustare quel qualcosa di misterioso. Il paese costruito con gli sforzi della collettività avvolge le opere di artisti vissuti in pieno individualismo. Un artista moderno è in definitiva relegato al computer o alla tela per questo gli artisti che ho visto nella galleria “leteletolte” sembrano fatte per gridare. Questo è anche quello che porto dentro io. Come ho detto, per abitudine mi porto dalla città i vizi che adotto per sopravvivenza. Anche a Calcata tengo d’occhio il portafoglio e mi sono entusiasmato quando ho saputo di un’artista che dipinge in stile simile al mio. Questa artista si chiama Alessandra Rosini e la sua storia, è stata la cosa che più ha destato curiosità in me. Soffrivo perché sentivo di avere ragione riguardo alle mie paure e sulla verità del linguaggio usato. Questa artista dipinge volti e corpi trasparenti con parti di volti uno sopra l’altro. Ha avuto alle spalle una anoressia.

Io, a modo mio, so di avere dei problemi e sono d’accordo con la gallerista: molti dipingono bene ma non sento che sono artisti mentre Alessandra lo è, anche se ha cambiato strada. Ha abbandonato il suo vecchio stile che piaceva molto ma, credo lo abbia fatto per una necessità interiore. Essere artisti poi vuol dire fare anche delle scelte difficili. Credo che certi traumi rimangano dentro ed uno se li porta dietro per il resto della sua vita.”. Laura Ramoino, mi guardava toccandosi il collo, sintomo di disagio credo e mi parlava di questa persona, per espormi quasi una teoria sulla forza dell’espressione: la necessità che alcuni artisti hanno di fare quello che fanno. Un bisogno profondo e molto doloroso, difficile da sopportare o tollerabile, anche se si trova un modo per comunicarlo all’esterno. Gridando coi colori o con altro, cosa importa. Spesso, quando si fa un opera d’arte, non è in gioco il fatto economico ma molte volte è una questione di vita o di morte. Affermo una realtà, oppure muoio nel più abietto conformismo. Questo ho sentito visitando questa galleria. Mi crogiolavo nello stesso miasma in cui erano immersi questi artisti. Individualismo, libertà, paura ed ansia. Capisco Alessandra Rosini, forse sento il suo dolore e quando dipingo il mio, so come è difficile sopravvivergli. Il risultato della mia lotta, è un debole costrutto pittorico e spesso è quello che fa la differenza a fine giornata. Vincerà la depressione oppure io?

Poi mi volgevo a Calcata, trovavo collettività, vita, protezione. Sapevo che nessuno di questi artisti compreso me stesso saranno mai in grado di rappresentare un mondo rimasto soltanto fotografato nelle sue architetture. Illuminiamo vecchie cantine e non scorgiamo più i suoi vecchi abitanti, li cerchiamo e rivanghiamo ogni sasso, viviamo nelle loro strutture e cerchiamo di sentirne l’armonia che spesso travasa dentro di noi dalle architetture stesse. Siamo lì, forse con più luci rispetto al medioevo eppure così ciechi. La fiducia nel progresso ci ha in fondo traditi ed un computer su una scrivania di noce vecchia di secoli, mi comunica che è la modernità che chiede al passato la formula della felicità e non il nuovo che si impone sul passato. I quadri che mi lascio dietro sono una città implosa dentro al passato. Questi giochi di rimandi di sensazioni passati e presenti è quello che più mi ha affascinato della galleria “leteletolte”. Torno infine nella mia modernità, sperando che, nella mia libertà di cittadino moderno ed indipendente, possa prima o poi gridare attraverso un nuovo quadro, l’armonia perduta.

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