Nell’America fine anni Sessanta un ragazzo di New York in meno di un anno gira tutto lo Stato lasciando, con il nome d’arte “Taki 183”, circa 300 mila firme. Qualche mese dopo Taki è lanciato agli onori delle cronache dal New York Times che pubblica un articolo intitolato “Chi è Taki?”. La moda di lasciare la propria firma inizia così. I graffiti iniziano così, con una scritta semplice, solo il contorno di lettere. Tutta la creatività si concentra nella rappresentazione dell’alfabeto. Vi proponiamo di seguito due video dove si possono vedere Keith Haring in compagnia di Little Angel Ortiz LAII (4 minuti e 30 circa) e nella seconda parte del video (che troverete più sotto) un’intervista esclusiva a Jean Michel Basquiat. Buona visione!
Il popolo dei graffitisti nasce così dalla periferia urbana prevalentemente nera o ispano-americana dei quartieri degradati del South Bronx. I “tags” (così vengono chiamate in gergo le firme dei graffitisti) si sviluppano soprattutto nelle metropolitane dove transitano un gran numero di persone. E’ subito chiaro che il graffito è strettamente legato alla metropoli e al disagio metropolitano infatti molti artisti anonimi avevano scelto i grandi spazi lasciati vuoti dal degrado urbano o dalle strutture d’uso della città (metropolitana) per esprimere una loro idea di plasticità e decoro. Dopo qualche anno – siamo già alla fine degli anni Settanta – si passa ai muri. E il disegno diventa più complesso e articolato. l’arte del graffito risponde ad un’autentica esigenza espressiva, alla rivendicazione di un proprio diritto alla parola. Il graffito contrappone all’impersonalità e all’oggettività dello stile adottato dai “bianchi” una modalità espressiva cromaticamente aggressiva. Le pareti ed i convogli della metropolitana diventano il supporto ideale per i colori industriali utilizzati per rappresentare i colori della vita, accesi e sbiaditi al tempo stesso, a volte sovrapposti gli uni agli altri come manifesti sui pannelli. I muri sono decorati con un linguaggio grafico fatto di immagini e parole – slogan politici, frasi erotiche, richiami ermetici – tracciate con bombolette spray, che danno vita ad un intreccio tra le forme d’arte più disparate. I turisti europei colpiti da questo fenomeno lo importano in Europa. Ma il grande veicolo di quest’arte è l’hip-hop e le migliaia di giovani che seguono questo movimento.
Film, videocassette e libri descrivono e diffondono la cultura della musica rap, della break dance e dei graffiti, rendono famosi personaggi come Africa Bambata, Phase 2, Blade e Lee. Africa Bambata fonda a New York nei primi anni Ottanta, la “Zulù nation”, una comunità internazionale per “la pace, l’amore, l’unità e il divertimento”. Il suo simbolo? Una mano con l’indice e il medio alzato. In molte capitali europee – la prima delle quali: Parigi – i graffiti arrivano grazie ai concerti rap e diventano sinonimo di libertà espressiva e trasgressione. Chi li disegna, bande o semplici writers, lo fa per esprimere opinioni politiche, un malcontento, un messaggio.
Questa è quindi l’evoluzione che a portato il moto di rivolta del sottoproletariato nero delle grandi metropoli,nato per contestare i finti valori dell’opulenta società dei consumi, a diventare uno tra i più grandi movimenti mondiali degli ultimi decenni.





