Curiosità

Pubblicato da Evaldo Amatizi Quel piccolo angolo di Roma

Venerdì 26 Ottobre 2007 | Pubblicato da Evaldo Amatizi | Nessun Commento

fontana_di_trevi_roma Quel piccolo angolo di Roma Potremmo prendere come esempio, alcuni punti di Roma e pensare di essere all’interno di un museo all’aperto. Se nel frattempo, un certo silenzio si concilia con il desiderio di concentrazione, allora si è dentro qualcosa che è al limite tra la città e l’illusione. Quando questo avviene, alcuni luoghi diventano un museo all’aperto che si apre a ventaglio nella storia. Un giorno come tanti, mi sono recato a viale Vittorio Emanuele II per andare a portare dei quadri in una galleria. Solitamente, il rumore del traffico getta ombra su quel desiderio di soffermarsi a guardare i palazzi che danno sul viale. Così, si tira sempre dritto e si cerca di arrivare alla meta il prima possibile. Quel giorno, in un momento particolare, il traffico è stato deviato per via di una manifestazione. Quel quarto d’ora tra il regolare traffico ed il dispiegamento del corteo, è stato per me illuminante. Dentro di me si è dilatato lo spazio che prima percepivo come fracasso di auto in corsa. Il silenzio improvviso del viale Vittorio Emanuele II, ha reso l’ambiente completamente diverso. Camminando al centro del viale non posso descrivere la sensazione che ho provato, quando per la prima volta ed in tutta calma, potevo vedere entrambe le facciate dei palazzi che danno sui marciapiedi perché potevo camminare liberamente al centro della strada. Mai potevo permettermi prima una cosa del genere! Quel silenzio sembrava avermi catapultato in un’altra città. Persone in bici viaggiavano silenziose in tutte le direzioni senza badare alle corsie anzi, come se non fossero mai esistite. Sembrava che improvvisamente, le regole stradali, l’uomo in funzione della velocità, avessero perso il loro potere. L’uomo, tolto dalle forzature sociali, torna ai suoi ritmi naturali e senza che me ne fossi accorto, tornai a camminare dolcemente più lietamente.

I viali e le strade hanno sempre nascosta in se una capacità enorme di cambiare lo scopo per cui sono nate. Esse si comportano più come un contenitore che non può restare vuoto. Per farvi un esempio, prenderò in esame le vie consolari di Roma. Tali vie, in tempo di pace, quando Roma era la dominatrice del mondo, hanno favorito gli scambi ed i commerci; la sicurezza e la possibilità di spostare merci ed eserciti in poco tempo, perciò, hanno favorito la costruzione delle città in prossimità di queste arterie.

Poi, per dei drammatici fatti storici, l’impero Romano, perse la sua forza e quelle vie che garantivano sicurezza commerci e benessere divennero una minaccia. Le strade, non rimangono mai vuote, ovvero, altre realtà storiche ne prendono il possesso. Così persa la forza centrifuga dell’impero, i barbari utilizzarono tali vie per le loro scorribande. Indebolito l’impero, non poteva far fluire la sua forza attraverso quei rami che la sua potenza aveva sviluppato nei secoli, così ciò che non viene usato dai romani è percorso dai nuovi conquistatori. Se le strade hanno favorito nel benessere, altre ricchezze e commerci, nei periodi di debolezza, favoriscono le invasioni, ed infondono un senso di insicurezza. Se oggi possiamo ammirare i castelli medievali ed i monasteri indirettamente lo dobbiamo alle strade fatte dai romani. Nella direzione opposta, ciò che non era più occupato dalla forza romana, un altro liquido con più pressione, si è infiltrato tra le vie diffondendosi in tutto l’impero. La strada, nella storia è sempre paragonabile al tiro alla corda in cui in una estremità vi sono i Romani e dall’altra parte i barbari. La spinta più forte ottiene il possesso dei viali e ne determina lo scopo. Noi siamo abituati a considerare i viali, quei rettilinei stradali alla stregua di un altro qualsiasi evento naturale come le piante. Sono invece il frutto di un processo socio economico, religioso e culturale molto profondo, un modo di vedere il mondo e di interpretarlo, un modo di rappresentarlo in base ad una regola. Per esempio, il cardine ed il decumano, le due strade a croce intese come architettura di base di ogni città romana, sono nate per fini religiosi e poi divenute altro.

All’inizio del corso Vittorio Emanuele, cioè vicino al ponte che separa lungotevere san gallo e lungotevere tor di nona, vi è il primo viale Romano di concezione diciamo moderna. Via di Giulia.

È facile notarlo e a dirla tutta sembra un viale come un altro qualsiasi. Proprio durante il rinascimento, si è incominciato a percepire il mondo in modo diverso da come si è fatto per secoli nel medio evo. I commerci iniziarono a fiorire nuovamente, un certo benessere favoriva gli scambi e questo la possibilità di viaggiare. Così prese vigore l’uso di disboscare nuovamente le campagne e quello di restaurare acquedotti e strade romane. Il mondo cominciava a muoversi su basi non proprio scientifiche ma se vogliamo geometriche, un ritorno al classico, all’armonia, alla prospettiva scientifica, al quadrato per le piazze ed al cerchio, come completezza. La linea, il cerchio, il quadrato erano la nuova parola d’ordine per quanto riguardava l’architettura. Le piazze e le fontane erano luoghi di scambio e d’incontro, la nobiltà, re o papi potevano permettersi il gusto di coltivare sempre nuovi piaceri. L’Italia era una realtà socio culturale assai viva.

Tra cui va ricordato che, la proiezione della filosofia e della riflessione avveniva attraverso l’applicazione della geometria; la filosofia, le passeggiate nei giardini ed infine il tempo come unità di misura dei piaceri e del lusso, hanno sviluppato l’uso del corso.

Il corso, è un miscuglio di recitazione, sfarzo, ostentazione di lusso: un piacere nato da un diverso modo di percepire il tempo.

Il corso è l’applicazione architettonica che più si avvicina alla prospettiva scientifica col punto di fuga centrale. Immaginatevi, viottoli, viuzze dove non si sapeva mai cosa c’era dietro l’angolo, il fango per terra nei giorni di pioggia e la polvere in estate. Immaginate di osservare per la prima volta un corso e vedere i palazzi che diventano man mano sempre più piccoli fino a sparire in un punto centrale invisibile. Immaginatevi di trovarvi in una carrozza e di poter sfrecciare a quaranta chilometri orari e di osservare le facciate che sfrecciano al nostro passaggio. Immaginatevi tutto questo come se non vi fosse mai capitato. Così come pensate al pavimento, al lastricato di una via. Insomma, cose che noi diamo per scontato. Eppure, il corso era all’epoca percepito con lo stesso impatto con cui noi percepiamo le montagne russe. Via di Giulia fu un capriccio di un papa. Insieme a via del corso fu uno dei primi che siano mai realizzati. Essendo noi abituati a velocità ben più elevate ed avendo visto corsi più monumentali, essa appare angusta o forse troppo tranquilla. Costeggia lungotevere san gallo ed in fondo al viale potete notare un rampicante che si protende fin sulla cima di un arco per poi ricadere come i capelli sciolti.

I portoni che si incontrano lungo la via, hanno il citofono con i cognomi in ottone e questo è un bigliettino da visita che ci dice cosa nascondono quelle abitazioni. Proprio all’inizio di questa via, è da notare la chiesa seminascosta che da su piazza dell’oro. È
la Basilica di san Giovanni Battista dei fiorentini. Detta dei fiorentini perché sono stati loro a decidere di costruire a Roma una chiesa nazionale. Dentro vi è seppellito il Borromini e parte dei lavori sono suoi. Vi sono opere attribuite a Michelangelo, Antonio da san gallo, Carlo Maderno, tanto per citarne alcuni. Da fuori, proprio non si direbbe che ad un passo dal capolinea vi sia un bene tanto prezioso ma assai trascurato. Da lì, si entra nel famoso corso. Anch’esso riflette una luce di altri tempi, piccole case di lusso misteriose coprono il viale alternandosi a vetrine di negozi di antiquariato. Tutto sembra di un vecchi stantio, poi mi domando chi viva in un ambiente così che neppure sembra Roma.

Mai saprò chi abita quelle case, quei vicoli così particolari. Qualcosa da dentro quel vicolo è perso nel tempo. I vecchi appaiono più cadenti e deboli ed i giovani molto più di passaggio.

Come dicevo bisogna immaginarsi vedo le cose comunque con occhio moderno, un corso, poteva stupire le persone dell’epoca. basta immedesimarsi nei loro ritmi. Un contadino che mai ha visto un affresco mentre noi siamo contornati di immagini fin ad averne la nausea.

Mentre il barocco si stava affermando con la sinusoide negli interni dei palazzi e delle chiese, la geometria architettonica stava prendendo un percorso opposto parallelo. Il palazzo a Roma prende il posto di baracche di pastori e poveri. Tali costruzioni danno la facciata su una piazza spesso adornata con fontane prelevate da vecchi edifici romani. È la firma che porta addosso Roma nel rinascimento.

altare_della_patria_roma Quel piccolo angolo di Roma Girovagando per le viuzze del quartiere rione si fa caso ad altre curiosità. Faccio notare che percorrendo via di Giulia da piazza D’oro per poi voltare alla via a sinistra dopo o poco prima dell’arco, si arriva a piazza Farnese con rispettivo palazzo Farnese. Oggi ospita l’ambasciata francese. La piazza è adornata con due fontane che sono state prelevate appositamente per quello scopo dalle terme di caracalla. Roma ha sempre fornito materiali più disparati, rovine su rovine che si sono sovrapposte, fuse e separate per poi collocarsi secondo le necessità in forme diverse nel tempo. La calce che per esempio tiene insieme un insignificante muro più essere stata ricavata da una statua di marmo pregiatissima, bruciata proprio per ricavarne materiale edile. Questo è il mistero di tante luoghi della città eterna. Altra caratteristica di Roma è la sua capacità di lasciare evidenziate le cicatrici storiche. Proprio a piazza Paola ci sono ancora segni sulle pareti di quello che resta delle stanze demolite per far posto al mastodontico viale Vittorio. Si osservate bene, i palazzi hanno una parete che da sul viale che è diversa da tutte le altre. Vi sono i segni di una demolizione, resti di una stanza che sono poi stati trasformati in balconi o finestre. Rettangoli di cemento di colore diverso dall’intonaco circostante indicano che prima, in quel punto c’era una porta poi chiusa una volta demolito il solaio. Resti di questi sono diventate case più piccole o lo spiazzo dove c’è un capolinea degli autobus.

Asimmetriche nella geometria, sono visibili le cicatrici dei solai, delle pareti divisorie e se qualcuno aguzza la vista vi sono anche delle nicchie dove all’interno c’erano senz’altro delle mensole ormai inutilizzabili se non dai piccioni. Un’altra cicatrice ancora peggiore è il già citato capolinea dell’autobus al suo centro. Deduco che, per conto suo, viale Vittorio Emanuele ha amputato un quartiere della sua funzione umana di raccoglimento. Creando da un solo nucleo abitativo, due monchi che si ignorano a vicenda. Il moncone di via Giulia porta a campo dei fiori. L’altro a piazza Navona e passare da un lato all’altro ci si trova a scontrarsi con un terzo inquilino fastidioso: la realtà veicolare di Roma basata e fatta esclusivamente in funzione della velocità e cioè delle automobili. La velocità non sazia mai e sbiadisce l’architettura. L’assottiglia la irrigidisce, la snellisce privandola del gusto estetico. Il viale era l’autostrada delle carrozze, di un impero Italiano che voleva fare di Roma una città moderna. La firma di un impero nell’ottocento era qualcosa che doveva essere monumentale. Credo che corso Vittorio Emanuele, sia nato per la nuova mentalità della borghesia proveniente dal nord Italia. Spesso mi soffermo su quelle cicatrici, uno slargo dove gli autobus poltriscono e ruggiscono, arrivano e partono senza badare a null’altro al di fuori delle loro tabelle orarie. Capisco che lo spazio è un insulto al bisogno di velocità perciò l’architettura, se non è utile a guadagnare tempo è inutile o superflua, ignorata o fastidiosa, una stranezza per quei fastidiosi turisti. Si notano differenze enormi a distanza di pochi metri: ogni secolo ha lasciato la sua impronta confondendosi prendendo a prestito questo o quel materiale. Con la presa di porta pia, Roma entra in pieno ottocento impattando con quello che è stata fino al giorno prima: una città rimasta a ritmi diversi non in grado di rappresentare un regno vasto unito come era ormai l’Italia. Rimasta a ritmi più lenti, la città eterna, ha dovuto subire trasformazioni, mutilazioni anche a danno della popolazione che effettivamente ha sempre rimpianto il papa.

L’altare della patria è una delle tante conseguenze nefaste, un gigantismo vanaglorioso che ha comunque la sua ragione d’esistere e poi, meno brutto e forse ricco di una sua intima decenza, piazza Vittorio Emanuele II con i suoi portici: tipico contributo di una mentalità nordica in pieno centro Italia. Per chi lo sa, al centro della piazza ci sono ruderi romani e al di sotto di questi, una parte è divenuta una sala d’incisione. In piena piazza Vittorio Emanuele vi è la presenza di un locale dall’acustica perfetta nato come locale all’epoca romana e divenuto in seguito un’altra realtà.

Nulla vi è di godibile nella velocità se non la velocità stessa ed il desiderio di crearne dell’altra. Un vortice in cui la velocità attira il tempo e poi il guadagno per finire con iniziare ancora nuovamente in un’incalzante inutile isteria.

Corso Vittorio Emanuele è quindi anche un simbolo di una frattura storica e non si può non percorrerlo senza camminare a ritroso nella storia. Questo fa parte di uno modo di concepire il tempo e lo spazio diversi dal periodo precedente. Per esempio, via del corso fu fatto per esigenze simili a quegli spazi che oggi ospitano le gare dei cento metri. Era stato fatto per le corse dei cavalli, una corsa molto simile al palio di Siena. Col rettilineo, si poteva raggiungere una velocità maggiore e da lontano si potevano vedere i cavalli diventare sempre più grandi, raggiungerci fin quasi ad investirci. Questo per noi è banale ma non lo era all’epoca. I sessanta chilometri orari erano un miraggio che potevano permettersi soltanto i migliori cavallerizzi. Questo processo di accelerazione dei ritmi vitali non è accompagnato da un adattamento biologico da parte dell’uomo. In parole povere, stiamo impazzendo. Le facciate delle case, per completare l’opera, erano una specie di palco da dove si poteva osservare tutto con un certo nobile distacco. Mentre la piazza ha dato vita al teatro, il corso è la conseguenza e la causa dello spazio che si è presa una nuova arte di cui si parla poco ma che va molto in voga. La velocità.

La velocità è un modo di percepire lo spazio in funzione del tempo. Quel processo nato con via di Giulia e forse con i primi esperimenti sulla fisica di Galileo, è lo stesso che ci ha condotto oggi ad arrivare a progettare autostrade sempre più grandi, con più corsie, con più rettilinei. La velocità cambia l’architettura rendendola più snella ma meno adatta ai ritmi umani. A questo punto devo aggiungere un gioco di parole: l’architettura si è divisa due strade. Quella d’interno e quella edilizia ma è sempre il tempo che, avendo preso il sopravvento sull’uomo stesso, modella entrambe.

Sparita da Roma la forza che ci induce a calmarci e a passeggiare per i corsi a piedi, noi tendiamo a rifuggire il desiderio di camminare e quindi ad abbandonare i marciapiedi. La storia dimostra che una strada non rimane mai vuota. Un’altra forza prende il posto di quella che si è estinta. La forza dei mezzi più veloci a discapito del pedone.

Se le strade non sono occupate dai Romani, verranno percorse dai barbari. Così si può dire per i corsi. Non a caso, corso Vittorio Emanuele apparteneva ad un modo di percepire lo spostamento attraverso ritmi più lenti dei nostri ma più veloci rispetto alla sua epoca. Non era fatto per le automobili e questo si nota ogni volta che si cammina a piedi. Le facciate amplificano il rumore, quelle facciate fatte per il gusto dell’occhio, diventano un inferno per le orecchie quando sfreccia un veicolo. Quelle decorazioni e quelle costole di stucco ricchi di ornamenti, denotano più la fine del medioevo a Roma e di un secolo, piuttosto che la dimostrazione del regno d’Italia di mostrarsi forte ed al passo con le grandi potenze Europee. Per abitudine, via di Giulia appare un angusto viottolo popolato da piccoli negozi d’antiquariato che gettano una luce ancora più cupa ma serena su un angolo di Roma. È consigliabile percorrerla perché è lontana dal traffico e porta a palazzo Farnese e campo dei fiori. Parlando di Campo dei fiori, si possono notare, in cima ai palazzi, le stesse cicatrici di cui vi parlavo prima. Pensare che fino a quattro secoli fa era un luogo abbandonato tanto da essere chiamato così proprio in virtù delle piante che invadevano l’ambiente.

Guardando in alto, ciò che è stato abbattuto, si è trasformato in un luogo di lusso dove credo sia possibile osservare dalle terrazze degli attici che circondano la piazza un bel panorama: la città con più cupole al mondo e con più busti nei parchi: appunto Roma vista da quelle altezze.

Da sopra i tetti di campo de fiori, mi chiedo quale vista si possa godere da lassù. Di certo un modo diverso e nuovo di percepire la piazza da come l’ho sempre vista io dal basso del marciapiede.

Anche qui, quelle che erano stanze sono diventate balconi e terrazze con piante di ogni tipo, luoghi dove si può vedere il mondo dall’alto come se ci si illudesse di appartenere all’idea di essere un Dio piuttosto che un uomo.

Caro Giordano Bruno quanto ti è stato caro Dio! Tanto da morire per lui. L’avresti mai detto che ti sarebbe stata dedicata una statua in tuo onore una volta morto? La tua statua domina tutta la piazza, essa però, appartiene ad un’altra epoca, sembra appartenere ad un un’altra lotta ormai estinta e noto che, tra tanti brindisi che si fanno, nessuno si ricorda di te. Da cosa lo deduco?

Il colore della scultura di Ettore Ferrari fatta in tuo onore per esempio: è totalmente diversa da tutti i colori brillanti ed anche dei più opachi che la circondano. L’opaco verde tendente al nero che ti rappresenta, sembra non volere assorbire i colori delle luci della sera e dei locali che ti fanno compagnia circondandoti. Immagino in questo, quasi il dissenso di Giordano Bruno nei confronti dei Vizi espresso da morto e simbolicamente attraverso un gioco di colori. Un modo ironico, da parte mia, di vedere la piazza.

Vi sono poi altri luoghi misteriosi. Se per esempio si sorpassa la piazza e si arriva a via dei Giubbonari e si svolta nel viottolo sulla sinistra, sci si imbatte in un luogo tra i più emblematici di tutta la città. Per sbaglio, un giorno mi sono trovato all’interno di un viottolo che porta dentro un chiesa piccolissima. Una nicchia dove erano curvi in preghiera due o tre vecchietti. Chissà dove abitano e cosa potrebbero raccontare e sono lì, chinati, misteriosi come il luogo che li ospita.

Sono dei sopravvissuti mi rendo conto. Gli abiti, i colori, la postura contratta come a protezione di un mondo veloce che vuole spazzarli via ne sono la prova marcata. Pregano a forse si attaccano ad un mondo che volutamente li ignora: noi non vediamo respirare una pietra, perché siamo troppo veloci rispetto a lei e così questi vecchietti ad un passo da un luogo tra i più visitati di Roma.

Fuori dal vicolo le gioiellerie ed i negozi d’abbigliamento aggiungono un contrasto maggiore nell’aura del luogo, ricordano al vicolo con la cappella minuscola, la sua imminente fine e quale nuova epoca prenderà il sopravvento. In fondo a questo vicolo c’è una madonnina molto polverosa ma assai venerata. Delle candele al buio illuminano la sua tenue presenza.

Li dietro nascosta dagli occhi dei passanti è fatta in modo da essere vista per chi sceglie di percorrere le vie con un passo di un’altra epoca. Io l’ho notata ed ero un cerca di un mondo scomparso. Quegli anziani potrebbero raccontarmi dei loro nonni o quello che i loro vecchi gli hanno raccontato della breccia di porta pia. Potrebbero ma, io stesso non li sento respirare.

Stò in un angolo a notare i giovani turisti che vanno per negozi e poi mi volto per osservare il vicolo con quegli anziani in preghiera. Confondo un miraggio con una realtà che ha il suo impatto emotivo. Qualche volta ho visto anziani affacciarsi da una finestra delle mura Aureliane. Ci vivono? Me lo sono sempre chiesto. Un giorno, un anziano disse ad un altro. Ha piovuto! Bene, andrò a fare la cicoria sulle mura Aureliane, oppure funghi o asparagi o cardi. Lungo l’appia antica, verso il tardo pomeriggio, si possono incontrare ancora i pastori con il loro gregge. Queste sono le cose di Roma che lasciano un nodo alla gola. Quegli anziani con la mantellina sulle spalle. Non posso immaginare un contrasto maggiore con i negozi d’abiti all’ultima moda appena voltato l’angolo. Mi basta piegare il collo più volte per trovarmi distante di mezzo secolo ed oltre indietro rispetto al mio presente. Le madonnine agli angoli delle vie, vecchi affreschi di santi hanno una storia a se stante di cui ignoro l’origine. Ho saputo che, le immagini sacre nei vicoli, venivano fatte per far si che i passanti, venerale, desistessero dall’urinare sul muro sottostante. Roma è stata anche una città di malattie, di sporcizia, di povertà oltre che di bellezza, il tutto in un amalgama appena percettibile. Una cosa rimane avvolta nel mistero a Roma. Il vecchio ed il nuovo sembrano fondersi in una strana inquieta armonia. Si può uscire dalla metropolitana di piazza di Spagna per percorrere pochi metri e decidere di sedersi su una delle più belle gradinate neoclassiche mai costruite nella storia. Salendo la gradinata fino alla chiesa Trinità dei monti è possibile lasciarsi incantare da uno dei tramonti più belli e suggestivi che ci siano al mondo. Il sole al tramonto, con lo smog dei veicoli, rende il cielo ancora più sanguigno, un alone di anidride carbonica rende il paesaggio più caldo. Sullo spiazzo vi è un obelisco da poco in restauro e tutt’intorno vi sono degli eccellenti acquerellisti con cui è possibile discutere di ogni argomento. Un piccolo museo all’aperto dunque.

Ve ne sono anche altri che si scoprono per caso e per desiderio di altri ritmi, qualcosa che sfugga al tempo pur rappresentandolo con l’arte. Per esempio, se invece di andare a sinistra in via Giulia decide di camminare sul viale a destra e si ha la pazienza di attraversare il Tevere, ci si imbatte in un dedalo di vie che conducono prima o poi all’orto botanico. Una viuzza fa da ingresso con una fontana che fa angolo con inciso il nome dell’acquedotto che l’alimenta: acqua marcia. All’inizio credevo che fosse per il fatto che non fosse potabile poi invece.. Lo avete capito.

Proprio prima del cancello in ferro che porta all’interno del’orto botanico c’è sulla sinistra un negozio dove si riparano burattini e marionette. Ce ne sono di tutti i tipi; quelle siciliane di Palermo e di Catania ed un vecchietto identico a Geppetto con degli occhiali spessi, mi confida a malincuore di essere l’unico a Roma che ancora ripara le marionette. Apre una porta e mi conduce in una cantina dove le marionette sono appese a delle corde così tante da far offuscare il soffitto. Da lui vengo a sapere che Carlo Verdone ha studiato le marionette e da quella conoscenza poi trarne la sua capacità trasformista dei primi film. Mi parla del suo passato fatto di anni cinquanta che mi sa di dolce vita di Felline. Anche qui sento uno strano tramonto nella polvere degli strumenti che utilizza. Questo stridio di passato e velocità odierna mi fa quasi desiderare di correre anch’io come tutti per sparire. Quando si va di fretta, il tempo non lo si percepisce come scorrere degli anni, la malinconia sparisce. Si va alla stessa velocità di tutti e perciò è come se stessimo tutti fermi. Ma quando incontri nella tua via realtà così immote allora sai di correre pur restando fermo.

Ma è come camminare scalzi su la sabbia bollente. Si deve correre per non scottarsi. Chi va di fretta è proprio colui che sfugge al tempo, alla malinconia a quei ritmi che ti permettono di pensare. Pensare fa male e porta ad una strana via che si chiama saggezza, solitudine e morte.

Percorro poi a ritroso, viale Vittorio Emanuele e mi trovo al centro del viale. Il cielo è così sgombro che mi sembra di essere all’interno di un monumentale centro commerciale dal soffitto ceruleo. Tolto il traffico, sembra di essere tornati in un’altra epoca. Il viale si espande in tutta la sua magnificenza. Sembra aver ritrovato la sua vera collocazione, vero posto e non essere un semplice tubo dove si va di fretta in auto. Colei che in fondo aveva distrutto un clima più umano nella sua epoca, un secolo fa, è stata a sua volta presa d’assalto dai tempi contemporanei e divenire un manto automobilistico. Oggi è soltanto quella sponda destra o sinistra tra i due quartieri che una volta erano stati un unico corpo unico armonico. Quella che i turisti attraversano di tutta fretta per paura di essere investiti.

Percorro a ritroso la via ma la calma è solo quella prima della tempesta. Il corteo inizia, le vie laterali sono colme di poliziotti che si vestono con abiti antisommossa. Me ne sono accorto soltanto alla fine. Torno a casa percorrendo il viale a piedi calmo ma inquieto ma non so bene perché. Torno a casa ed vedo il Tg regionale. Immagini di viale Vittorio Emanuele in subbuglio e le vetrine di alcuni negozi distrutte. Si manifestava contro Bush ed io rimanendo un altro minuto in più avrei rischiato molto. La calma che ho vissuto, il viale silenzioso era una mia fantasia e che, quello che ho pensato, non è mai esistito..

Capisco allora che vivo in un’altra epoca.

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