Curiosità

Pubblicato da Evaldo Amatizi In Arte Veritas - Roma città d’Arte

Domenica 30 Settembre 2007 | Pubblicato da Evaldo Amatizi | 1 Commento

Piaza_Navona_Roma.jpegDi solito, quando si parla di Roma, si pensa sempre agli stessi luoghi comuni: il Colosseo, via Veneto e Fellini, piazza di Spagna ma questa città è anche qualcos’altro.

Per farmi capire, mi viene in mente quell’artista di un secolo fa, quel grande innovatore di Marcel Duchamp: bene signori, egli prese un normale oggetto della strada e lo ha collocato in un museo. Un oggetto è arte quando è collocato al di fuori della sua origine quotidiana e pratica.

Quello che mi è balenato in mente questa mattina è quello di vedere l’arte da un punto di vista diverso ovvero, partendo dal traffico e dal rumore caotico delle strade.

Quando si lasciano le arterie principali di Roma o di una città qualsiasi si scopre che, abbandonati i propositi iniziali, si cerca un’opera d’arte alquanto rara: il silenzio. Cosa centrerà l’arte col silenzio? L’ ho scoperto camminando per Roma e precisamente abbandonando e smarrendo la retta via di Vittorio Emanuele per addentrarmi nelle viuzze interne. Tra lo spazio che divide piazza Navona e corso Vittorio Emanuele, ci si trova proiettati dentro un’altra città. Spazzati via i negozi e ed i bar già visti e rivisti, si può trovare ancora un vecchi calzolaio dagli strumenti offuscati come il suo fare. I ritmi sono diversi. Troviamo il portinaio ed il bar dove la gente si sofferma a discutere. Troviamo l’artigianato o quello che ne resta ancora lasciandoci trasportare da quel senso di nostalgia che il tutto suscita. È facile passare per vicoli e trovarsi un palazzo Barocco con accanto un vecchio negozio di un secolo fa dove lavora spesso il tipico signore che ha visto i Tedeschi a Roma quando era giovane. Piccoli parrucchieri e artigiani che ancora restaurano con meticolosa pazienza mobili o lampadari in ottone di un secolo fa. Chissà cosa nascondono quelle case dalle finestre tanto serrate tra loro? Alzo lo sguardo ed una signora saluta il portinaio col giornale mentre stende i panni. L’odore del sapone bagnato si mescola a quello dei cornetti del bar accanto. Il silenzio mette in evidenza i passi, il loro rumore delicato, il suono delle piccole cose. Non dimentico di leggere quel trafiletto informativo che si trova in un angolo di piazza Chiesa nuova. Li vengo a sapere che la facciata della chiesa che da sullo spiazzo è del Borromini. Ero convinto che fosse un opera ottocentesca mentre invece leggo che la facciata fu fatta a cortina per motivi economici legati alla committenza. Al suo interno vi è la copia di un quadro del Caravaggio, poiché l’originale è stato spostato ai musei Vaticani per motivi di sicurezza. Ma neppure questo sapevo.

Al suo interno vi è la chiesa vera e propria che ospita al suo lato interno un convento divenuto parte di una biblioteca universitaria. Lo schema della pianta è quello noto e valido per qualsiasi convento: Un portico colonnato quadrato che circonda un giardino con al centro un pozzo o una fontana. Vecchia conoscenza che mi ricorda un po’ le Insule Romane. Anche qui ci sono delle tavole illustrative inclinati in vetro, dove sono esposte notizie riguardanti il convento e la biblioteca nonché le informazioni legate al restauro del tutto. Se penso al restauro mi viene da credere che anche il tempo al suo interno sia stato ritoccato. Quello è rimasto lo stesso e lo sento in me passando lungo il portico. Affacciandosi verso il giardino interno in sampietrini muschiati è possibile vedere dei giovani affacciati alle finestre dei piani superiori intenti a fumare una sigaretta.

Biblioteca_di_Roma.jpgIl portone della biblioteca è grande ma appena si entra un poco all’interno una penombra tipica dei luoghi antichi fa capolino trascinandosi dietro il silenzio e sembra di essere in un altro mondo. Qualcosa di simile al romanzo di Umberto Eco “Il nome della rosa”. La calma ed il silenzio mi fanno credere che quello sia lo stesso di quello percepito qualche secolo fa. Venti metri o meno mi separano dalla fermata dell’autobus e non credo alle mie orecchie di riuscire a trovarmi in un silenzio così avvolgente ad una distanza così sottile. Non mancano pezzi di vecchie sculture romane trovate chissà in uno scavo di restauro di pochi anni dietro. Vengo a sapere che gli studenti siedono sui banchi di secoli fa e leggono libri forse mai stampati per il grande pubblico. Qualche studente passa uscendo da porte enormi e preso dai propri studi, capisco che l’ambiente è divenuto comune per chi lo vive tutti i giorni. Io trovo che il traffico mi da fastidio e sempre mi lo darà ma sento anche che non mi annoierò mai quando riesco a trovarmi in uno spazio che infonde tranquillità.

Il convento che divide la biblioteca dall’ingresso della chiesa è quello detto dei filippini. La via che costeggia il lato destro della chiesa porta lo stesso nome. Qui scopro antiquari di ogni genere, busti di imperatori romani tra cui quello di Adriano, lucido, pulito come se l’impero Romano non fosse mai caduto. L’interno di questi negozi è spesso vasto, tappezzato da ogni lato di oggetti di ogni tipo. Sedie non accompagnate in velluto e gambe dorate accanto ad un quadro ad olio classicheggiante. Una colonnina in marmo cozza col suo splendore col mobile antico in noce che è sul lato. All’interno la luce è tenue e non si può sperare affatto che il sole filtri tra questi viottoli. Se la storia non è riuscita a farsi spazio nei secoli non vedo perché possa farlo la luce del sole. La sua lieve luce un po’ fosca getta malinconia su quegli oggetti che si sforzano di essere barocchi ma che lo sono fieramente in un epoca diversa. C’è sempre all’interno una signora sui cinquanta che mi fa venir voglia di chiedergli del sessantotto. Ce ne sono molti di questi negozi di mobili ed oggetti antichi. Via dei Coronari ne è l’esempio. Negozi come questi sono alternati l’uno all’altro e separati dal nuovo che si fa largo nella storia e nelle vie. Parlo delle gelaterie. Via del governo vecchio: alterna negozi di antiquariato a dei pub o gelaterie dal altro. Si vede fortemente quanto la vita cada da un lato solo. Una di queste ha allestito un vero salotto all’aperto con tanto di poltrone in piazza Pasquino. L’ ambiente riservato, ristretto ed angusto del tutto da l’impressione di essere all’interno di una scenografia e non dentro la città. Di certo posso dire che, dove vi sono questi negozi di antiquariato spesso vi è un certo silenzio, quasi un riserbo. Posso dire che questi rovine moderne fatti di vecchie glorie passate, oltre a rattristarmi per qualcosa di glorioso nascosto nel passato hanno la buona capacità di attirare il silenzio. Se ci si vuole rilassare, via del governo vecchio è la soluzione al problema del caos di viale Vittorio Emanuele II e la super turistica piazza Navona. Quelle opere, sembrano essere prese direttamente dal passato e sembra che emanino il silenzio della loro morte qui nel presente immediato. Credo che ci si accorge raramente di quanto Roma stanchi proprio per questo passaggio dal moderno all’antico e viceversa che si trascina dietro, silenzi odori, storie mai dimenticate e forse drammi nascosti in qualche vicolo. Via del governo vecchio sembra uno di quei vicoli che si possono trovare in quei paesi che costellano la campagna romana. Una Roma che non vuole morire o che non è mai decaduta veramente o che si ostina ad esistere in questi spazi ridotti e dall’altra, una Roma che vuole espandersi. Ho preso un caffè in un piccolo bar dove ancora chi ti serve ha la il grembiule e non la divisa nera col la targhetta sul petto come in star trek, dove ancora si sente qualcuno che fa battute in vero Romano e qualche altro gioca a carte. Si parla leggendo il giornale ed osservo una fotografia di Alberto Sordi che si abbuffa di pastasciutta. L’immancabile sorriso di Totò e qualche immagine della vittoria dei mondiali dell’ottantadue nonché lo scudetto della Roma e la vittoria nel medesimo anno. Sono cose commoventi. Il bancone è ancora in metallo, come ai vecchi tempi e non in finto marmo come oggi: lo si riconosce perché è freddo al tatto quello vero. Vi è sempre qualcosa di sciatto e di personale in ogni bar a conduzione famigliare. Il canovaccio posto sempre allo stesso punto e foto dei nipotini. Una luce non troppa aggressiva e mai o quasi mai una musica troppo ossessiva. Fontana_di_Trevi_Roma.jpgE pensare che il bar dal lato opposto a piazza chiesa nuova ho incontrato Carlo Verdone. L’ho riconosciuto un giorno che passavo di lì per vedere una piccola galleria che è da quelle parti. Lui mi ha guardato di fretta e furia. Pagava un caffè ma nello stato di qualcuno che ne ha già bevuti troppi. Ogni tanto ci vado in quel bar poco distante da quello che vi ho descritto poco fa. Quello dei due che da direttamente sul viale Vittorio Emanuele è leggermente più all’avanguardia rispetto a quello del vicolo. Ha dei divanetti moderni che danno sulla vetrina e questa da sul corso. Vi trovano alloggio vecchie conoscenze dei baristi, una straniera col barboncino che attende l’apertura al pubblico della chiesa Sant’andrea della valle. Qualche anziano che mal si intona con gli stranieri ma che siede comunque accanto indifferente al nuovo che viene da fuori. La piazza che riceve il nome della chiesa si trova dirimpetto all’ingresso della stessa. Quello è uno snodo veicolare a traffico intenso che si trova a due passi da quello che credo sia il capolavoro del Domenichino. Passano molti mezzi, tra cui il 64, 46, 70 e molti altri ignari di quello che nasconde la chiesa sotto le sue mura e viceversa, le immagini degli affreschi ignorano i tempi rapidi dell’uomo moderno. All’interno troveremo vecchiette sedute accanto a giovani stranieri. Chi contempla dio e chi l’uomo e le sue opere relegate nel passato fin verso il nostro presente e poi c’è chi è fuori, nella confusione intento a venerare il dio della fretta. C’è bisogno di un incontro. I casi sono due: o la chiesa diventa un parcheggio oppure gli affreschi escono fuori all’aperto. Bisognerebbe affrescare le facciate dei palazzi come si faceva nel medioevo. Non dico di creare cristianopoli come si è tentato di fare nel medioevo ma, in una società che si proclama amante del bello, individualistica, protratta verso la scienza, non vedo perché la bellezza collettiva non debba venire al primo posto. La società civile tecnicamente sviluppata e benestante ha una contraddizione al suo interno che non è sondabile con la ragione. È una società che ha un grado di controllo sulla materia e una fortissima conoscenza scientifica che non ha uguali nella storia eppure il dislivello che c’è tra questa la tecnica e la capacità di utilizzarla per il bello collettivo, è avvilente. Oggi abbiamo migliaia di colori e tinte resistenti a tutto eppure le nostre chiese sono grigie come lo sono le strade. Sappiamo che gli alberi producono benessere, sappiamo che per fotosintesi producono ossigeno eppure li tagliamo per i parcheggi. La vera rivoluzione artistica secondo me è la battaglia che si vive in città per guadagnarsi degli spazi aperti ed in silenzio. Il salotto con la tv è la risposta individuale ad un problema collettivo. La macchina è la risposta individuale ad un problema collettivo di spazio. La vera rivoluzione artistica è una nuova avanguardia che colga tutti gli aspetti dell’uomo. La città è la guerra per appropriarsi di spazi e tempo che mancano. Lo si fa individualmente tutti contro tutti. Ognuno rubando l’orecchio all’altro, ognuno portando avanti se stesso. Utilizzare auto elettriche è una battaglia vinta a favore dell’uomo, la quale unisce la tecnica ed il bello. Finalmente l’affresco può uscire dalla chiesa. Come? L’ho appena detto. Portando il silenzio fuori dalla chiesa alla fine uno finisce per entrare in chiesa ed infine poter dar spazio a se stesso e magari avere il tempo di guardare le opere del Domenichino. Capire i ritmi di vita di un’altra epoca attraverso il silenzio.

Abbiamo le conoscenze per poter lavorare tutti poco e bene eppure lavoriamo di più ed il tempo non sembra bastare mai neppure per svagarsi. Lo so che seguo le orme di Marcuse ma la penso così. Si lavora di più per il profitto. L’uomo in mano agli oggetti e non viceversa. perciò si gradisce sempre più la bellezza individuale a quella collettiva abbandonandola a se stessa. È una risposta estrema ad un problema più grande del piccolo individuo. Il fine settimana possiamo vedere belle ragazze vestite di tutto punto e profumate alla fermata dell’autobus. Tra il rumore, tra i rifiuti cartacei che gli svolazzano tra le gambe. L’asfalto sporco di escrementi di cani e la donna che contrasta il brutto, difendendosi indossando scarpe pulitissime ed all’ultima moda. L’affresco di oggi è il proprio aspetto come difesa al degrado collettivo. Tornando a sant’andrea della valle: per godere il silenzio e gli affreschi per avvicinarsi al bello c’è bisogno di quiete. Per avvicinarsi alle luci occorrono dei piani in ombra, la luce si godrà meglio. Sembra strano ma aprire più musei non rende l’arte più bella ma semplice business che soddisfa la piccola oligarchia legata all’arte. L’arte deve partire dall’udito, dall’olfatto e dall’odorato. Il museo mette l’arte in una teca, la separa dal quotidiano. La tecnica è solo al servizio del bene individualistico e non favorisce una mentalità legata al bene collettivo.
La Firenze del rinascimento ed Atene del periodo di Socrate, Platone e Pericle erano di molte spanne superiori a noi come capacità di godere del bello e il saper vivere l’arte come un fatto quotidiano, di tutti i giorni come un bel cielo la mattina. Lo conferma il fatto che nel sud Italia, i teatri all’aperto dell’epoca classica, sono ancora eccellenti come capacità acustica e diffusione del suono e fa un certo effetto vedere persone al fresco della sera che ascoltano le stesse opere di Eschilo di duemila anni fa e che ci si rilassa proprio come avveniva in quei tempi. Il teatro greco all’aperto è un esempio di ben collettivo. Perché in città non c’è ne uno? Ma c’è, al coperto, è ovvio ma anche i vecchi circhi come quello Massimo accolgono eventi particolari per via della loro struttura sferica ed aperta alle vie limitrofe però, il traffico ed il rumore, come ho cercato di far capire, non possono essere scissi dall’arte. Non immagino un mondo perfetto e simile al paradiso ma la tecnica per renderlo un po’ migliore c’è. Affrescare le grigie facciate dei palazzi è un impulso che sgorga dal cuore solo una volta che si è curato il rapporto dell’uomo col suono e lo spazio e l’arte visiva sboccerà spontanea come un seme piantato nel posto giusto.

Attendere all’ingresso di sant’andrea della valle è per questo cosa faticosissima per le orecchie perciò, rifugiarsi dentro Feltrinelli che si trova li accanto, è il male minore tra le scelte possibili.

Molti stranieri, verso il primo pomeriggio attendono pazientemente parlandosi uno dentro l’orecchie dell’altro e ridendo. Se non si è romani, il traffico lo si vede come una bizzarria che all’inizio da eccitazione ma poi, col tempo, come la goccia con la roccia, lentamente frammenta dentro di te il rapporto col mondo circostante. Difatti, solo gli stranieri sembrano veramente indifferenti al traffico, scherzando tra loro e ridendo o camminando. In realtà, il romano che si crede indifferente a tutto e che cammina dritto sia che si trova di fronte ad un resto antico, sia di fronte ad un lavoro in corso è quello che, non sa di essere influenzato più di tutti dal rumore circostante, si crede indifferente a tutto mentre invece lo è diventato con se stesso. Pur di attutire il rumore, si è disposti a sentire di meno, ad osservare con meno attenzione, a trascurare ogni emozione esterna pur di godere di un surrogato di silenzio quale è l’indifferenza.

A piazza torre argentina si trovano dei resti imponenti di Roma tardo repubblicana ma non ho mai potuto goderli a pieno per il semplice fatto che ovunque io li guardi, il traffico non mi abbandona mai. Solo i gatti della colonia vivono indifferenti a tutto godendosi il sole su qualche resto di colonna. Sia il traffico che tutto sembra non toccarli minimamente. Forse dal loro punto di vista ovvero quattro metri sotto il manto stradale protegge dai rumori circostanti.

Il palazzo di Pompeo magno è diventato il teatro Argentina e proprio in mezzo alla piazza è stato pugnalato Giulio Cesare perché la sede del senato provvisorio si trovava proprio dentro la casa di Pompeo magno. Eppure il rumore disturba le relazioni intime tra più idee. Forse a casa, ripensandoci su, trovo delle idee perse nel caos. Ho saputo anche che i palazzi circostanti inglobanoal proprio interno parti della villa di Pompeo: è proprio il caso di dire che la storia delle abitazioni si comporta come se fosse un corallo. Se si potesse entrare dentro alcuni portoni a caso, si potrebbe godere la vista di vecchie rovine inglobate alle nuove medievali e queste infine sezionate e separate dalle innovazioni vittoriane.. Tornando a sant’andrea della valle.

All’interno ci sono gli affreschi del Domenichino. Vi avverto che, chi intendesse fotografarli dovrebbe trovarsi lì la mattina presto o il pomeriggio tardi. Sono difficilissimi da fotografare per via della luce che filtra dalle vetrate. Disposti ad arco, lungo tutto l’abside, gli affreschi sono godibili perfettamente soltanto se ci si mette sull’altare cosa ovviamente non possibile per un turista o per un comune credente. La difficoltà di riuscire a fotografarli perfettamente non ha uguali secondo me. Anche all’interno di questa chiesa si gode un silenzio che sa di passato, di cera bruciata, di luci soffuse, quella luminosità che sembra passare solo attraverso la generosità del sole e non grazie al solo ingegno umano. la vetrata è il frutto di questo gemellaggio tra l’uomo, l’ingegno e l’umiltà. Una chiesa illuminata a giorno grazie a dei neon ha perso questo punto di vista umile ed umanistico. A misura d’uomo.

La musica. io adoro la musica eppure, ogni locale soffoca le tue sensazioni con la musica come se, nel silenzio, avendo la forza di concentrarti finisci per non comprare o muoverti. Ho notato che la confusione accentua il desiderio di compensarla col silenzio ma, se questo non è disponibile? Si sostituisce il silenzio tanto agognato con una cosa altrettanto gradevole. Un gelato ad esempio. Mi spiego in due parole. Entro in una gelateria, fuori c’è confusione, e dentro sento il fresco dell’aria condizionata. Questo ti porta a desiderare qualcosa di fresco. Un gelato quindi. Aggiungi la musica che sostituisce il traffico, non ti rilassi, ti sintonizzi su un altro disturbo e non te ne accorgi però inconsciamente fai tua questa stanchezza perciò senza rendertene conto, se sei entrato per prendere un gelato da un euro, fai un sgarro alla regola. Ma si! Prendiamolo invece da un euro e cinquanta! Ho bisogno di rinfrescarmi! Spesso un rumore si sostituisce alla musica dei locali e viceversa e non si ha mai un attimo di quiete. L’unica arte che andrà a ruba in un prossimo futuro sarà quella degli spazi mentali e fisici e temporali, dove uno può essere se stesso. Non sarà la grafica del computer ne le opere da cavalletto ma ancora non so cos’altro sarà.

Forse l’aria condizionata di un centro commerciale, guardare le vetrine o la capacità economica di comprarsi dei sogni lussuosi. Vacanze in luoghi esotici probabilmente.

Ma allora! Per i romani, era una forma d’arte il costume di andare alle terme?

Ma a noi, sparite le persone, finito l’impero, ci sono rimasti soltanto i favolosi mosaici di quella forma d’arte. Ci è rimasta la periferia della loro arte, quella più tenace nel tempo. Il piacere, di cui il mosaico era solo il contorno, è finito. Ci è rimasto il fossile, per quanto bello sia, l’unica testimonianza oltre agli scritti. Perciò l’arte visiva non può mai essere scissa dalle abitudini essenziali di un essere umano: da sola è un abito senza l’uomo.

Godere delle frazioni di paradiso che il talento umano o che la natura ci offre, ecco l’arte.

L’arte visiva mai va separata dalle abitudini altrimenti diventa commercio pura fruizione non diversa da un gelato.

Il silenzio che avvolge via del governo vecchio coi suoi negozi di antiquariato non è proprio un silenzio dato da abitudini create da un bisogno interiore è più un vuoto creato da uno sentiero della storia. Il Barocco, Roma, sono dietro di noi come i mosaici sopravvissuti allo scempio barbarico.

Volevo parlarvi di eventi artistici ma non posso farlo prescindendo dalle sensazioni che ho provato ad estrapolare da me stesso. Faccio sempre in tempo ad interessarmi di eventi o descrivere pittori entusiasticamente mentre invece mi annoiano. Ci sono piccole cose da osservare prima di passare a quelle grandi.

mi scuso per la lunghezza di questo articolo molto generico ma l’ho scritto essenzialmente per far chiarezza dentro di me su cosa può essere l’arte, cosa è piacevole e quando è a misura d’uomo. quando è a portata di tutti senza doversi denigrare e di conseguenza perdere di qualità.

ogni volta che parlerò di un artista farò sempre ed esclusivamente a quello che ho scritto come articolo pilota.

vi ringrazio cari lettori, a sentirci al più presto da Evaldo Amatizi.

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