
Venezia – “Finché non lasciai l’America, e cioè dal 1943 al 1947, mi dedicai a lui. Pollock era un tipo difficile. Ma aveva anche un lato angelico. Era come un animale in gabbia che non avrebbe mai dovuto lasciare il Wyoming, dov’era nato”. Così Peggy Guggenheim, l’indomita e ribelle collezionista di artisti astratti e surrealisti, grande pioniera della New York School, culla dell’Action Painting, dell’espressionismo astratto, del surrealismo morfico, ricorda il suo pupillo Jackson Pollock. A buon ragione. Fu lei, infatti, più di chiunque altro, nella Manhattan dei primi anni Quaranta, a scovare quel pittore animato di lucido delirio, che lavorava in uno stato di continua eccitazione, che non abbandonava mai la bottiglia d’alcool, spossato dall’angoscia e dall’ansia, reso febbricitante dall’estasi del dipingere mentre ascoltava musica jazz, Strawinskij e John Cage. Fu lei la prima a commissionargli un grande dipinto per la sua casa di New York (una tela da due metri e mezzo per sei). La prima a farlo esporre e a passargli uno stipendio mensile. La prima a portare una sua mostra in Europa, a presentare i capolavori di Pollock a Venezia, con la storica rassegna del ‘50 al Museo Correr in contemporanea con l’esposizione nel padiglione americano della Biennale.

Come Peggy stessa ammetterà più tardi, la promozione del genio di Pollock fu la sua “impresa più onorevole”. Ed ora, quel sodalizio torna a far parlare di sé, con la preziosa mostra “Senza confini, solo bordi: Jackson Pollock. Dipinti su carta”, in scena dal 4 giugno al 18 settembre alla Collezione Peggy Guggenheim di Palazzo Venier dei Leoni, dove sfilano 55 opere grafiche del pittore americano a documentare le quattro fasi più importanti dell’evoluzione del suo disegno, dalle iniziali influenze figurative europee alle composizioni astratte del periodo più tardo, dal 1935 al ’56, anno della sua tragica morte a 44 anni, in un incidente stradale. Una rassegna, curata da Susan Davidson del Guggenheim Museum di New York, che ha il pregio di testimoniare come la grandezza visionaria e lirica di Pollock si potesse manifestare anche su formati ridimensionati. In tutta la sua folgorante e tormentata carriera, Pollock realizzò circa 700 lavori su carta usando diversi mezzi espressivi tradizionali, dalla matita, all’inchiostro, acquerello, guaches, collage, fino alle colate di smalto negli anni che precedettero la sua scomparsa, in quella sera dell’11 agosto a Long Island.
Nell’ottobre 1942 la Guggenheim apriva la sua Art of This Century, un museo-galleria sulla West 57th street, concepita dall’architetto visionario Frederick Kiesler, spazio che lanciò artisti come Mark Rothko, Robert Motherwell, William Baziotes, David Hare, Hans Hofmann, Clyfford Still. E nel novembre del 1943 Pollock vi presentava i suoi dipinti, compresi i disegni. “La scelta – come racconta la curatrice – fu forse, in parte, dettata da considerazioni di ordine pratico: le dimensioni ridotte delle opere avrebbero potuto attrarre vendite immediate. Tuttavia, la motivazione principale fu la convinzione di Pollock che i dipinti su tela e le opere su carta meritassero la medesima attenzione in quanto espressioni dei suoi propositi artistici. Da quella prima mostra, almeno in metà delle sue personali, il pittore incluse approssimativamente un egual numero di dipinti e opere su carta”.

Si dice che fu Motherwell a presentare Pollock a Peggy. In realtà, fu addirittura Mondrian, che convinse la signora del grande talento dell’artista del Wyoming. Nessuno si interessava a lui, non vendeva niente. Arrivava a New York dopo un’infanzia tra l’Arizona e la California, orfano di padre, con un fratello scultore, infarcito di filosofia orientale e indiana e di psicanalisi junghiana, con studi all’Art Students League sotto la guida di Thomas Bentos, appassionato di muralisti messicani, della picassiana “Guernica”, e dell’automatismo psichico di Masson e Matta. Solo Peggy capì il suo genio in anticipo. Quella strada rivoluzionaria che stava per intraprendere, condensata nella codificazione di un nuovo linguaggio espressivo, del tutto esistenziale, fatto di energia fisica e mentale, di azione pittorica.
Quel dripping, quello sgocciolamento del colore sulla tela catapultata sul pavimento, su cui ballava quasi eseguendo una danza rituale, quasi una cerimonia indiana davanti al fuoco. Una sperimentazione che lo fece entrare nella leggenda. Ebbene, la mostra evidenzia come l’evoluzione stilistica dei disegni di Pollock vada di pari passo con quella dei dipinti. In una prima fase, dal 1935 al 1941, emerge ancora una tensione figurativa seppur fantastica e onirica. Lo raccontano tre album, ritrovati dopo la sua morte, e un gruppo di disegni realizzati in stretta sinergia alle sedute psicanalitiche cui si sottopose Pollock per contrastare l’alcolismo. Poi spicca un corpus di opere mature, dal 1942 circa al 1947, che focalizzano gli anni del soldalizio con Peggy Guggenheim, in cui si nota una sorta di iconografia d’influenza surrealista, ma d’ascendenza astratta, dove sfilano soggetti mitologici, segni calligrafici e una tavolozza personale e vibrante, con cui Pollock dà vita ad opere su carta infarcite di una forte componente emozionale.
Fino al terzo gruppo stilistico che racchiude i lavori di rottura, considerati di pura astrazione e realizzati tra il tardo il 1947 e il 1952, periodo intenso e esplosivo. “Qui Pollock non solo si disfò della dipendenza da soggetti e figurazioni della tradizione – sottolinea la curatrice -ma si liberò anche dell’uso tradizionale del disegno e dei suoi strumenti, abbandonando cioè il contatto diretto con la superficie. Pollock iniziò a lavorare a distanza, sopra il piano del dipinto, usando la tecnica dello sgocciolamento, del versare e dello spruzzare il colore, metodi che non furono necessariamente di sua invenzione ma che il pittore seppe spingere verso nuove vette espressive”. La cosiddetta quarta fase si condensa in un perfezionamento delle tecniche a colata. Come le tele completate tra il 1950 e il 1952, questi disegni mostrano un fondo più aperto e leggero cosparso di composizioni liriche di forme calligrafiche. Composizioni che ricordano tanto l’estemporaneità di una jem session musicale. Ma solo apparentemente. Perché, come Pollock stesso ebbe a dichiarare, “non mi affido mai alla casualità perché io nego la casualità”.
(Laura Larcan)
Notizie utili – “Senza confini, solo bordi: Jackson Pollock. Dipinti su carta”, dal 4 giugno al 18 settembre 2005. Collezione Peggy Guggenheim, Palazzo Venier dei Leoni, 701 Dorsoduro 30123 Venezia. La mostra è curata da Susan Davidson, curator del Guggenheim Museum di New York.
Orari: 10.00-18.00; chiuso il martedì.
Ingresso: intero €10; ridotto €8 senior oltre i 65 anni; €5 studenti; gratuito 0-12 anni.
Informazioni: tel. 041-2405411.





